«Quel giorno che cambiò la mia vita»

Presidentessa e fondatrice dell’associazione dei donatori di sangue Fidas: Anna Di Carlo racconta il suo impegno per gli altri
PESCARA. Ci sono persone che spendono molta della loro vita per gli altri, e questo le rafforza e le rende migliori. È ciò che è successo ad Anna Di Carlo, fondatrice e storica presidente della Fidas donatori sangue di Pescara, persona di carattere e grande umiltà, che nel corso di questa intervista ripete spesso delle parole che la contraddistinguono: «Non sono una persona speciale, faccio quello che fanno in tanti».
Presidente Di Carlo, non è proprio così, non sono molti ad avere una storia di volontariato come la sua. Com’è cominciata?
Il primo approccio avvenne alla fine degli anni Settanta, all’interno del reparto di Ematologia del Santo Spirito tra i bambini leucemici, poi mi fu chiesto di entrare nell’Ail e lo feci. Fu parlando con i genitori di quei bambini che venni a conoscenza della grande necessità giornaliera di sangue che c’era. Allora costituii un’associazione di donatori nell’azienda in cui lavoravo, la Angelini, e ne fissai la sede a casa mia. I passi successivi furono naturali, e nel 1983 fondammo la Fidas Pescara che ha sempre operato all’interno del Centro trasfusionale, con cui lavora a stretto contatto, senza mai perdere di vista l’obiettivo: raccogliere sangue e salvare vite umane.
In molti la descrivono come una donna dal carattere forte, ma c’è stato un momento di fragilità che l’ha cambiata profondamente.
Ero una bambina molto introversa e ubbidiente, figlia di un operaio e di una casalinga. Abitavamo nel centro di Pescara, frequentavo le medie alla Tinozzi. Passavo le mie giornate a fare i compiti, a giocare con le amiche per le vie della città e ad aiutare mia madre nelle faccende domestiche. Insieme a mio fratello eravamo una famiglia unita. Poi, al compimento dei miei 17 anni, mio padre morì. Fino ad allora era stato lui l’unico in famiglia a portare i soldi a casa. Mio fratello studiava Medicina e io non volevo che rinunciasse al suo sogno, così lasciai la scuola e iniziai la mia nuova vita in fabbrica.
Venne assunta in quella che oggi è la Fater, addetta al recupero dei pannolini nella catena produttiva. Cosa le mancava di più della sua vita precedente?
La scuola, i compagni di classe, ma soprattutto papà. Nelle pause dal lavoro mi isolavo e mi mettevo a leggere. Ero ancora una ragazzina timida, ma da lì a poco avrei vissuto l’esperienza drammatica che mi ha cambiato la vita.
Un brutto incidente sul lavoro, ce lo racconta?
Ero giovane e duttile e accadeva che il mio superiore mi spostasse in altri reparti, a seconda del bisogno del momento. Un giorno, mi mandò a sostituire una collega. Quel macchinario inghiottì la mia mano. Ricordo solo un dolore così forte che non riesco ancora a descrivere e la corsa in ospedale.
Prima di diventare maggiorenne, era già invalida del lavoro e venne trasferita in amministrazione. Fu qui che qualcosa in lei cambiò.
I colleghi tendevano ad emarginarmi perché arrivavo dal settore produzione. Fu per difendermi dalla loro diffidenza, e forse dal malessere che provavo, che presi ancora una volta in mano la mia vita e tirai fuori un carattere che io stessa non conoscevo. Sostenni l’esame di segretaria d’azienda per operare nel servizio clienti di Fameccanica: il lavoro per me divenne la cosa più importante. Ero sempre l’ultima a uscire dall’ufficio e, in breve tempo, mi diplomai in ragioneria alla scuola serale.
Poi ha superato un concorso in Asl e si è anche laureata in Scienze politiche. Ed è arrivato un altro incarico importante che porta avanti da decenni.
Da trentacinque anni faccio parte dell’Anmil, l’associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, in cui rivesto un ruolo nella commissione pari opportunità. Nel tempo, ho avuto modo di conoscere due presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano. Sono situazioni che ti mettono una grande emozione addosso, anche durante l’attesa in quelle stanze in cui si fa la storia del paese. Mi sono sentita parte dell’Italia, ho capito che tutti noi dovremmo sentirci più legati alla nostra patria».
Tra i tanti personaggi conosciuti, Remo Gaspari, allora ministro, la vide a un incontro pubblico e volle conoscerla.
Eravamo a Teramo, nella Giornata dell’invalido del lavoro, io feci il mio discorso sul palco con la veemenza che mi contraddistingue. Gaspari mi mandò a chiamare e io rifiutai. Dovettero insistere per farmi accettare. Scoprii una persona intelligente ed attenta, mi scrisse una lettera in cui mi invitava ad andare avanti sulla mia strada di impegno civile. E così ho fatto. Ho avuto molte soddisfazioni, una delle più grandi è stato ricevere il Premio Borsellino 2015, proprio per l’impegno civile.
E poi, il suo grande amore.
Mia figlia Francesca è la gioia più grande della mia vita. È nata il 13 dicembre del 1994, e da allora tutto ha avuto un sapore diverso. Più dolce».
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