Quell’arresto dopo un inseguimento

20 Dicembre 2022

Nel 2019 l’assassino finì in manette: non si fermò a un posto di blocco e ferì i carabinieri

MIGLIANICO. La fuga in auto, la sfuriata contro i carabinieri, la perquisizione a casa dove nascondeva una fedele riproduzione di una pistola Beretta. L’ultima condanna di Giovanni Carbone, il killer di Miglianico, ha avuto il timbro della Corte di Cassazione il 25 febbraio 2021. La pena definitiva a un anno di reclusione – per i reati di resistenza, violenza privata e lesioni personali – si riferisce a un episodio avvenuto nel 2019 per il quale il 39enne originario di Matera è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Chieti.
Per riepilogare la vicenda, utile per tratteggiare la personalità dell’indagato, che ha precedenti anche per rapina e truffa, bisogna tornare indietro al 20 agosto di tre anni fa. In base all’accusa, Carbone si trovava nel territorio di San Giovanni Teatino quando una pattuglia del nucleo investigativo gli ha intimato l’alt. Il motivo? A bordo di una Jeep, aveva dapprima urtato e poi bloccato un uomo. Quest’ultimo, il giorno precedente, aveva denunciato ai carabinieri che Carbone gli aveva portato via una somma di denaro e un orologio che i militari hanno poi trovato addosso all’allora 36enne. A quel punto è nato un inseguimento, durato un paio di minuti. I carabinieri sono riusciti a bloccare l’uomo all’altezza di Dragonara. Carbone però, stando all’accusa, ha cercato in tutti i modi di sfuggire al controllo prendendosela con i militari, che hanno riportato alcune contusioni, fortunatamente non gravi. Subito dopo, su disposizione del sostituto procuratore di turno, per l’indagato – che, all’epoca, ha dichiarato di lavorare come gommista – sono scattate le manette. I carabinieri hanno perquisito, oltre all’auto, anche l’abitazione di Pescara in cui l’uomo viveva. Qui è stato sequestrato altro materiale ritenuto di interesse investigativo, come una pistola giocattolo, fedele riproduzione di una Beretta, un tirapugni e alcuni coltelli. Il giudice ha convalidato l’arresto del 36enne, che poi è tornato in libertà in attesa del processo.
Dopo la condanna in primo grado a un anno e quattro mesi di reclusione, la Corte d’appello dell’Aquila ha ridotto la pena di quattro mesi. Poi l’ultimo ricorso, respinto dalla Cassazione, che ha certificato la personalità violenta di un uomo che, a distanza di tre anni, ha impugnato una pistola per uccidere la compagna. (g.let.)
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