Quello che può accadere se tutto andrà bene o no

Si rischia anche di tornare alla Fase 1, fondamentale il monitoraggio in regione La Fase 3 solo con un accesso diffuso al trattamento sanitario o a un vaccino
PESCARA. Che cosa ci attende nei prossimi mesi? Nell’ultimo Dpcm del governo, quello del 26 aprile, compare un diagramma scientifico nell’allegato 10 che detta i principi da seguire per il monitoraggio del rischio sanitario, nei passaggi dalla fase 1 a quella 2 (con due differenti modalità, la fase 2A e la 2B) e verso una eventuale fase 3. Quest’ultima garantita solo con «un accesso diffuso al trattamento sanitario o a un vaccino sicuro ed efficace». Le altre, invece, altamente variabili, in base all’andamento epidemiologico sul territorio.
I FLUSSI DELLA PANDEMIA. L’allegato 10 contiene due parti; nella prima è possibile vedere lo sviluppo del contagio suddivisa in 4 fasi: fase 1 (l’attuale) relativa al cosiddetto lockdown; fase 2 che si compone di una transizione iniziale (2A) e avanzata (2B); nella fase 3 relativa alla fine della pandemia. La seconda parte dell’allegato 10 contiene un diagramma di flusso relativo al passaggio dalla fase di lockdown alla fase di transizione iniziale (2A): stabilità di trasmissione del virus, servizi sanitari non sovraccarichi, interventi tempestivi nei casi sospetti, possibilità di adottare adeguate misure (per esempio la quarantena). Qualora si dovesse raggiungere anche «una capacità di monitoraggio epidemiologico» si passerebbe alla fase 2B, da mantenere fino a un accesso diffuso al trattamento sanitario o al vaccino. Le verifiche periodiche sono dunque indispensabili. E se questi standard non dovessero essere soddisfatti, per esempio quando il trend dei contagi non fosse stabile o in diminuzione o si presentasse in risalita? Come in una sorta di gioco dell’oca, si potrebbe tornare alla fase 1, se non addirittura al punto di partenza, ovvero alla chiusura totale.
VERIFICHE SETTIMANALI. Numero di focolai, casi sintomatici, ricoveri, trasferimenti nelle terapie intensive, persone sottoposte a sorveglianza: le Regioni dovranno comunicare i dati al governo centrale (con cadenza giornaliera), attraverso un’attività di monitoraggio del rischio sanitario, come da specifico decreto del ministro della Salute, Roberto Speranza. Le linee guida sono state dettate dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria e dalla Direzione generale della programmazione sanitaria, dirette da Andrea Urbani e dall’abruzzese Claudio D’Amario. Fondamentali saranno le prime tre settimane di monitoraggio, a partire da domani. Se gli indicatori dovessero mostrare numeri non in miglioramento – per esempio una instabilità di trasmissione dei contagi negli ospedali o nelle strutture residenziali per anziani – scatterebbe un’allerta (anche solo regionale). «Una classificazione di rischio moderato-alto-molto alto», specifica il protocollo, «porterà a una rivalutazione e validazione congiunta con la Regione interessata. Qualora si confermi un rischio alto-molto alto, ovvero un rischio moderato ma non gestibile con le misure di contenimento attualmente in vigore, si procederà ad una rivalutazione delle stesse di concerto con la Regione interessata».
QUALI TEST VALIDI? Nel documento viene precisato che al momento sono considerati validi «a scopo diagnostico» test molecolari «validati dal laboratorio nazionale di riferimento» ed «eseguiti su campioni prelevati con tampone naso-faringeo». (r.rs.)
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