Raffaella, la caposala che può riabbracciare le figlie

10 Maggio 2020

Ha 45 anni ed è di Mosciano ma lavora, in prima linea, all’ospedale di Milano «Sono stata 2 mesi lontana da loro, ma finalmente siamo di nuovo a casa» 

TERAMO. Quando il mondo si ferma serve il coraggio di una mamma per farlo ripartire. Perché nei giorni infiniti di una pandemia ci sono storie che per sempre racconteranno chi siamo. Come quella di Raffaella Supino, 45enne di Mosciano trapiantata a Milano, caposala in trincea in un ospedale Covid, per due mesi lontana da due delle tre figlie che venerdì sera sono finalmente tornate a casa. «Il regalo più bello che potessi avere per la festa della mamma», dice Raffaella con una manciata di parole che ferma e il tempo e il respiro di chi ascolta. Perché c’è la vita in corsia e quella a casa. «Quando nei giorni più difficili dell’emergenza tornavo dal lavoro ero terrorizzata dal contagio e allora io e mio marito abbiamo deciso di portare le gemelle di 8 anni da alcuni familiari», racconta, «a casa è rimasta quella di tre anni per cui un distacco così sarebbe stato troppo, ma anche lei ha imparato che quando torno dal lavoro non può avvicinarsi. Con le gemelle in questi due mesi ci sono state le videochiamate, le telefonate, hanno capito e sono state bravissime. Ma sicuramente non è stato facile per nessuno».
E allora è un abbraccio che dura un tempo infinito quello che riempie il salotto di casa in un pomeriggio bellissimo, che si ferma per sempre in un click, che strappa lacrime e sorrisi. Perché è vero che questo virus anche quelli che non ce l’hanno se lo portano nel cuore; perché abbiamo imparato molto ma dovremo imparare ancora tanto; perché siamo sempre più sensibili a quel che sentiamo simile e anche se esiste la giusta distanza dalla paura da una parte bisognerà ricominciare a vivere la quotidianità, quello che ci circonda da sempre e di cui, forse, ci accorgiamo solo quando la perdiamo. «Piano piano», dice Raffaella, «noi lo stiamo facendo».
All’ospedale Covid Sant’Ambrogio di Milano da un giorno all’altro la 45enne di Mosciano si è trovata ad organizzare un reparto di chirurgia sul modello di quello di malattie infettive con dei letti di terapia sub intensiva e a vivere uno dei momenti più drammatici della sanità lombarda. «Il reparto è ancora pieno», dice, «ma le dimissioni oggi sono molte di più». Mette insieme rigore professionale e umanità, ricordi e storie. «Da un giorno all’altro abbiamo messo sul campo tutte le professionalità che avevamo con colleghi preparati che hanno dato il massimo non risparmiandosi mai», dice, «soprattutto quando ti trovi davanti persone malate e sole perché i familiari non possono vederli. Proprio per mantenere questi contatti inizialmente abbiamo riservato ai familiari una linea telefonica da usare per comunicare e successivamente abbiamo consegnato ai pazienti dei tablet per fare delle videochiamate. Una delle cose peggiori del Covid è il senso di isolamento, evidentemente non solo fisico, che comporta».
Difficile elencare i momenti che le resteranno addosso per tutta la vita, ma ci sono attimi che non scorderà: «Ricorderò per sempre una donna entrata in condizioni gravi che mi ha detto che sentiva il calore delle mie mani sul corpo nonostante indossassi tre paia di guanti. Quelle parole mi hanno fatto venire i brividi quando le ho sentite». E ora che il peggio sembra passato «anche se la situazione resta di massima di allerta», Raffaella e suo marito hanno deciso che le gemelle potevano tornare a casa. «Piano piano la vita normale torna a scorrere», dice questa donna con gli occhi che parlano prima delle parole, «e ora speriamo anche di poter tornare presto a goderci il mare di Giulianova dove ogni anno trascorriamo le vacanze estive»
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