«Rancitelli ha voglia di cambiare, basta trattarlo da ghetto»

Il cantautore di Villa del Fuoco difende la scelta di vivere qui «C’è gente onesta e anche la musica può far integrare i rom»
PESCARA. La musica lo ha reso nomade e sulle sue note si balla dai Balcani al Nord Africa con l’Italia al centro. Ma Alessandro Nosenzo alle sue radici è legato a doppio filo e la sua base è sempre e comunque Pescara, dove «per scelta» vive più o meno da sempre nel quartiere Villa del Fuoco, enclave rom in cui degrado e spaccio sono fioriti rendendo la zona “famosa” fin oltre i confini cittadini con il nome di Rancitelli. E quando la Rancitelli che vuole invece riscattarsi da giudizi e pregiudizi chiama, Alessandro risponde, sempre, «perché questo quartiere non ne può più di essere un ghetto e Pescara soffre di avere questo ghetto», dice. Così domenica l’artista 35enne è stato tra i protagonisti di “Facciamo festa… allora resta!”, iniziativa della Caritas nel parco della Speranza, in via Lago di Capestrano. Tra gli spettacoli per grandi e piccoli è stato presentato il progetto “Ninive-verso le periferie”: «Abbiamo avviato un lavoro di analisi del territorio», racconta don Marco Pagniello, direttore della Caritas, «per intercettare bisogni e risorse del quartiere da coinvolgere nel progetto. Nei prossimi mesi operatori della Caritas saranno presenti a bordo di un camper sul territorio per ascoltare le persone che incontreranno in strada con l’obiettivo di avviare processi di animazione territoriale e cittadinanza attiva, coinvolgendo le parrocchie, gli enti, le associazioni e i singoli».
Per Nosenzo «ogni breccia nel muro dell’isolamento va allargata», quindi eccolo sul palco con il suo concerto-chiacchierata. A fianco alla musica del suo ep “Io vengo dal Sud” – musica influenzata da Bregovic, canzoni con storie di migranti, di gente che lascia la propria terra per cercare un futuro e di persone che intraprendono un proprio viaggio personale e intimo che porta a cambiamenti di vita –– il chitarrista ha parlato ai rom e ai non rom «degli zingari e della loro immensa cultura musicale», racconta il cantautore. «I più grandi chitarristi del mondo sono rom. Quando domenica ho raccontato di Django Reinhardt, il più grande di tutti ed era rom, di Paco de Lucia, altro zingaro, si è avvicinato un ragazzino e mi ha fatto tenerezza perché tutto orgoglioso mi fa: “Ehi, io pure sono rom!”. Il problema di questa etnia è che sono chiusi, non dialogano con il resto della comunità. Per coloro che sono fuori dai giri delinquenziali, che sono integrati e lavorano, è pesante portare quei cognomi».
Alla festa della Caritas c'erano tanti rom ma non solo... «È stato bello vederli tutti insieme a fare festa, bimbi rom e non rom insieme rapiti dallo spettacolo del mago ... un bel momento, raro», osserva Nosenzo, che a Rancitelli vive «bene» e con un forte senso di responsabilità: «Io mi trovo bene, mi sento tranquillo e credo di dare, mio malgrado», si schermisce, «una sorta di esempio. Sono una “parte sana” di questo quartiere, la dimostrazione che pur vivendo lì ce la puoi fare. Non perché io sia chissà chi, ma non rubo, non spaccio, non faccio usura, faccio quello che amo e riesco a perseguire i miei sogni. La musica è il più grande veicolo di integrazione e dialogo. Il vero problema che c'è qui è culturale: le diverse etnie si avvicinano se conoscono le reciproche storie».
Come è oggi Rancitelli, qualcosa è cambiato? «Io vedo una strada di luce, bella. Per esempio domenica ho incontrato un ragazzo che sta lavorando a una tesi di laurea su Rancitelli a Roma e vuole finire qui sul campo i suoi studi. Qualche anno fa qui si era soli e abbandonati, ora vedo un sentimento: la città soffre di avere un ghetto e vuole andare oltre le brutture». Che pure ci sono «Sì, accanto all’impegno di tante associazioni, tante attività forse piccole, non pubblicizzate, che fondono cattolici e non cattolici, rom e non rom. Il difficile è unire le forze, ma c'è l’obiettivo comune e le persone ora cercano di superare le differenze e unirsi. Prima ognuno tirava acqua al proprio mulino. Lo so è un processo lungo, lento, ma è partito». Un ruolo lo ha anche l’applicazione della legge? «È una questione intricata, ma sì, molti di più lavorano, non hanno più i privilegi e la baldanza da impuniti, la legge antimafia che attacca i beni ha fatto la sua parte ad esempio. Delinquere non sembra convenire più tanto...»
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