Renzi lancia il suo Pd senza paura
L’ex segretario apre la campagna congressuale al Lingotto: «Siamo qui per rivendicare il domani»
ROMA. Matteo Renzi riparte dal Lingotto. Dieci anni dopo il congresso fondativo del Pd di Walter Veltroni, l’ex premier torna nel luogo simbolo del lavoro del ’900 e rivendica: «Siamo un partito di eredi non di reduci, siamo qui per rivendicare il domani lottando e non rimpiangendo». È dall’ex fabbrica di Torino che l’ex segretario lancia la sua corsa per riconquistare la segreteria del partito il 30 aprile quando, alle primarie, sfiderà Michele Emiliano e Andrea Orlando, entrambi molto critici sulla gestione dei tre anni di palazzo Chigi e del suo doppio incarico di segretario e premier.
Ma chi si aspettava un discorso di autocritica da parte di Renzi è deluso. A cominciare dalla determinazione con la quale ribadisce che se vincerà le primarie (così dicono gli ultimi sondaggi che lo danno ben sopra il 60%), sarà lui il candidato per palazzo Chigi. «Quando discutevo con la Merkel della flessibilità, il mio biglietto da visita erano gli 11,2 milioni di voti presi dal Pd alle Europee», dice, spiegando che in Europa si fa così, il leader del partito di maggioranza è premier. Doveva parlare 15 minuti ma Renzi è un fiume in piena e davanti al tutto esaurito della platea parla per 70 minuti abbondanti. «Basta alla sinistra della paura, non dobbiamo rimetterci in cammino perché non ci siamo mai fermati», premette, smentendo il titolo della kermesse che campeggia al Lingotto: Tornare a casa per ripartire.
«Vogliamo ripartire dal post referendum perché da tre mesi la politica italiana si è bloccata, dobbiamo essere capaci di fare tesoro degli errori ma anche di rilanciare la speranza», spiega. Già gli errori. Qualcuno lo ammette. «Alcune riforme non hanno funzionato, a cominciare dalla buona scuola», dice. Poi cita Roosvelt. E di fronte a un populismo che avanza in Europa e in Italia spaventando i cittadini brandendo la globalizzazione che è vero ha creato nuove diseguaglianze ma anche portato prosperità nel mondo, dice: «l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa».
«Il Pd in Italia è l’unica alternativa al doppio modello partito azienda-partito algoritmo, noi saremo felici quando il Pd non sarà l’unico partito che pratica la democrazia interna». «Chi spara contro questa comunità non fa male solo ai militanti ma indebolisce l’argine al sistema democratico del Paese», dice riferito soprattutto agli scissionisti di Bersani e D’Alema. L’antipolitica non è solo alimentata dai populisti, ma anche dai tecnocrati, dice. Per questo, ribadito che «Siamo al fianco di Gentiloni», Renzi ribadisce che la sfida del futuro si gioca a Bruxelles. «Il tema chiave della sfida europea lo dobbiamo rimettere al centro della nostra riflessione politica. La difesa comune, la necessità di difendere i nostri concittadini non è un tema di destra. C’è il grande tema della moneta e del fisco. Non c’è una Europa senza una politica sul fisco», dice. Poi lancia un appello al gruppo dei socialisti europei: dobbiamo togliere la gestione della politica europea a burocrazie e tecnocrazie per rimettere in campo il principio democratico. «L’Italia dovrà impegnarsi per l’elezione diretta del presidente della Commissione». E Renzi ne ha anche per i tecnici che hanno governato l’Italia e che hanno usato il “ce lo chiede l’Europa” per far passare riforme che altrimenti non sarebbero mai passate. Il Pd deve tornare a essere egemone, a dettare l’agenda del Paese. E la politica deve tornare a essere guida e a immaginare l’Italia dei prossimi dieci anni, senza avere paura delle sfide. C’è bisogno di una nuova classe dirigente. Per questo Renzi lancia una Frattocchie 2.0. Quanto ai Cinquestelle l’ex premier prova a sfidarli sul loro terreno, lanciando una nuova piattaforma on line che si chiamerà Bob, da Bob Kennedy.
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