Renzi: sarò pure antipatico ma è meglio di incompetente

«Ho stima per Legnini, ma un’esperienza che perde non può essere un modello»
PESCARA. Per molti è il nemico pubblico numero uno, per altri l’unico vero leader riformista dell’Italia. Matteo Renzi è destinato a dividere l’Italia, e anche la sinistra. Lui è così: prendere o lasciare. Il “toscanaccio” di Rignano sull’Arno, che ricorda spesso con orgoglio il suo passato di scout e di sindaco “della città più bella del mondo, la mia Firenze”, ha incarnato per anni l’emblema del leaderismo progressista e innovatore, richiamandosi ai valori politici, tra gli altri, dei vari Kennedy, Clinton e Obama.
Capace di trascinare il Pd a quasi il 41% alle ultime europee si è pian piano visto strappare di mano quel patrimonio di voti dalle forze populiste e sovraniste. Perso il referendum sulle riforme costituzionali si è dimesso, anche se rivendica con forza il merito della mancata alleanza con il Movimento 5 Stelle subito dopo le elezioni politiche. Le colpe della perdita di consensi del Pd? Sue, ma non solo. Una larga fetta di italiani non gli ha più riconosciuto quell’immagine di politico capace di far sognare per il buongoverno di una nuova Italia. In molti, però, ne apprezzano ancora carisma e franchezza, oltre a una capacità dialettica affabulatoria condita spesso da battute e sarcasmo.
Oggi Matteo Renzi è a Pescara per la presentazione del suo ultimo libro “Un’altra strada. Idee per l’Italia di domani” (appuntamento alle 10 nella sala del consiglio comunale) che è diventato un best seller. Visto il successo che sta riscuotendo in ogni parte della penisola e soprattutto nelle librerie, l’impressione è che anche per lui il domani non sia lettera morta. Si vedrà. L’economista Alan Friedman gli contesta “l’arroganza del carattere”, ma gli riconosce anche la caratura di “unico riformista della storia recente della Repubblica”. Semmai, gli rimprovera di non aver completato le riforme da lui promosse durante la sua presidenza del Consiglio, a partire dal jobs act.
Abbiamo intervistato Renzi, ex segretario del Pd e oggi senatore della Repubblica, alla vigilia del suo arrivo a Pescara.
Presidente, si aspettava una risposta così positiva per il suo libro, da tempo in testa alle classifiche e autentico bestseller?
«Sinceramente no. Sale piene, libro forte in classifica, tanto affetto. È il segno che c’è domanda di una politica diversa. E anche il bisogno di trovare un’altra strada rispetto a Salvini e Di Maio».
Qual è stato lo spunto che l’ha convinta a scrivere il libro e quando esattamente?
«Quest’estate. Ho scelto di dedicare del tempo alla battaglia educativa e culturale, più che alla guerriglia interna tra correnti. Sono nati così due progetti: il primo, quello televisivo su Firenze, il secondo questo libro. Davanti alla barbarie che Salvini e Di Maio rappresentano, noi rilanciamo sulla cultura».
Lei affronta il problema del populismo e della paura. Crede che l’Italia, un Paese che ha affrontato e risolto problemi ben più seri come il fascismo e il terrorismo, sia in grado di scrollarsi di dosso con il tempo il problema della paura, o meglio della percezione della paura?
«Dobbiamo farlo, anche se Salvini non vuole. Il loro gioco è immobilizzarci nel terrore. E allora spieghi lo spray al peperoncino, le pistole nelle case, la paura del diverso. Calano i reati, ma aumenta l’insicurezza. È tutta una questione di comunicazione. Serve raccontare un sogno diverso, indicare appunto un’altra strada».
La campagna elettorale ha visto il centrodestra e i 5 Stelle attaccare in maniera veemente il Masterplan Abruzzo che lei presentò all’Aquila insieme all’allora presidente della Regione, Luciano D’Alfonso. Ora la giunta Marsilio usufruirà dei fondi e i progetti andranno avanti. Tutti. Prova rabbia o soddisfazione?
«Soddisfazione. Abbiamo messo soldi per l’Abruzzo e ci siamo dati un metodo. Siamo stati attaccati, lo so. Ma il tempo è galantuomo. Vale per tutto: la giustizia, l’economia, il Masterplan. Loro ci hanno insultati ma noi avevamo ragione. E adesso provano a prendersi il merito delle scelte. Facciano pure, l’importante è l’interesse dei cittadini».
È innegabile, c’è chi la ama e chi la odia. Probabilmente incidono il suo carattere esuberante e il suo linguaggio che non concede spazi alla mediazione. Come vive questa dicotomia? Ritiene che possa essere un vantaggio o uno svantaggio il parlare chiaro e diretto?
«Preferisco la chiarezza ai barocchismi di questi cialtroni che ci governano e non sanno dire sì o no alla Tav. Preferisco l’arroganza di chi propone una strada all’Italia fatta di crescita, all’ipocrisia di questa maggioranza che ci sta portando in recessione. Dicono: Renzi era antipatico. Meglio antipatico che incompetente. È vero: io non facevo ridere, non raccontavo barzellette ma questi fanno piangere».
La notizia della revoca della misura cautelare degli arresti nei confronti dei suoi genitori è per voi un primo sospiro di sollievo. Come vive questo momento. Dopo tanto buio intravede una luce in fondo al tunnel?
«Non c’è nessuna luce perché quell’atto era abnorme e assurdo. È una cicatrice che resterà per anni. Ma apprezzo che i miei siano stati serissimi: andiamo a processo e vedremo chi ha ragione. Per adesso ci sono solo due sentenze di condanna e colpiscono entrambe Travaglio».
In Abruzzo l’esperienza Legnini ha rappresentato una novità e, seppur nella sconfitta, ha fatto registrare uno scatto d’orgoglio del popolo del centrosinistra allargato alle civiche. Il modello Legnini può essere esportabile a livello nazionale per allargare la base del consenso?
«Ho stima per Legnini come per Zedda. Ma fatico a pensare che possa essere un modello un’esperienza che perde. Detto questo, fortunatamente non è più un mio problema, ma una questione che sarà affrontata da Zingaretti».
L’elezione di Zingaretti a segretario del Pd può rappresentare davvero una rinascita del partito? Archiviata l’idea di un accordo con il M5S, come si fa a recuperare l’elettorato sparito il 4 marzo di un anno fa?
«Aver detto di no ai 5 Stelle ha salvato il Pd, lo rivendico. Adesso tocca a Zingaretti: che nessuno lo colpisca col fuoco amico che ha colpito me».
Qual è l’ultimo libro letto?
E il film visto al cinema?
«Sto leggendo “M. Il figlio del secolo”, il libro di Antonio Scurati su Mussolini”. Ultimo film: “Bohemian Rapsody” sulla storia dei Queen".
Che ruolo immagina per Matteo Renzi da qui ai prossimi 5 anni?
«Fratello maggiore per chi vuole avvicinarsi alla politica, specie per le nuove generazioni. E patriota pronto a dare una mano all’Italia, se serve».
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