Ricatta un imprenditore Condannato a due anni
PESCARA. Si è definito davanti al giudice dell’udienza preliminare un singolare tentativo di estorsione messo in atto da una ditta nei confronti di una società che produce colliri. Il titolare della...
PESCARA. Si è definito davanti al giudice dell’udienza preliminare un singolare tentativo di estorsione messo in atto da una ditta nei confronti di una società che produce colliri. Il titolare della ditta sotto accusa, G.D.G. di 51 anni, residente in un piccolo centro della provincia di Pescara dove è ubicata anche la sua azienda, ha scelto la strada del rito abbreviato davanti al gup Fabrizio Cingolani che lo ha condannato a due anni e due mesi di reclusione (l’imputato era difeso dall’avvocato Gianluca Carlone) per tentata estorsione e tentata frode nell’esercizio del commercio.
Il pm Andrea Di Giovanni aveva istruito il fascicolo a carico dell’imprenditore che voleva a tutti i costi vendere a una società specializzata nella produzione di colliri, azienda nota anche su scala nazionale, una partita di sostanza chimica «oggetto di probabile contaminazione», come si legge nel capo di imputazione, «e pertanto eventualmente pericolosa per l’incolumità personale». L’imputato deteneva circa mille chilogrammi di quel prodotto denominato perfluorohexyloctan: sostanza che voleva vendere al prezzo di 175 euro al litro. La società parte offesa che avrebbe dovuto acquistare quella partita di prodotto, ma che si era rifiutata perché aveva il sospetto che si trattasse di sostanza pericolosa, aveva però un precedente sul quale l’imputato puntava per raggiungere il suo obiettivo: in precedenza aveva già utilizzato quel prodotto per confezionare i suoi colliri. Da qui il tentativo di estorsione sintetizzato nel capo di imputazione dal pm: «Minacciando in più occasioni in caso contrario di vendere a terzi tale sostanza facendo attribuire poi alla citata ditta parte offesa, le responsabilità per i possibili danni/lesioni causate dall’uso di collirio prodotto con essa e di informare le autorità farmaceutiche prospettando un grave danno reputazionale per la società parte lesa». Il prodotto posto in vendita venne peraltro sequestrato dalla Procura che ne dispose anche una perizia per accertare la presenza di eventuali contaminazioni e alterazioni e via discorrendo: risultati che vennero discussi nel corso di un incidente probatorio. Ebbene, la perizia affermò che alcuni di quei fusti avevano subìto un processo di «parziale alterazione»: «Tale processo di alterazione è, con buona probabilità, attribuibile ad un fenomeno chimico favorito dal contatto con il metallo dei fusti per un lungo periodo di tempo (oltre 3 anni)». La perizia accertò anche che «per poterne ricavare una quantità di prodotto finito eventualmente commerciabile, tali prodotti dovrebbero essere preventivamente sottoposti ad ulteriore purificazione industriale, laddove possibile». Insomma, la «mancanza di garanzie sulle condizioni di stoccaggio, le alterazioni comprovate analiticamente, la mancanza di certificazioni valide da parte del venditore, non rendono il prodotto idoneo per la produzione diretta di colliri». Da qui la condanna dell’imputato.

