Ricatti a luci rosse al sacerdote: moglie e marito verso il processo

A denunciare la coppia è stato lo stesso parroco, costretto a versare in cinque anni circa 700mila euro Nei guai per riciclaggio anche il figlio dei coniugi: avrebbe ritirato in contanti gli assegni ottenuti
PESCARA. Arriva davanti al giudice per l'udienza preliminare, e verrà discussa il prossimo mese di giugno, la vicenda di un parroco della provincia pescarese che sarebbe stato incastrato da una coppia di suoi parrocchiani: il prete che riceve e condivide approcci sessuali da una donna e il marito di questa che, al momento opportuno, entra in scena e avvia il ricatto a luci rosse.
Una storia durata oltre cinque anni nel corso dei quali il parroco avrebbe consegnato alla coppia mezzo milione di euro, oltre ad altri 200 mila euro, stando almeno alla denuncia che lo stesso sacerdote presentò ai carabinieri nel luglio del 2020, indebitandosi con i parrocchiani e con la sua banca. È lo stesso parroco (assistito come parte lesa dall’avvocato Giovanni Mangia) a raccontare tutto ai militari, ormai stressato da anni di paure e timori che quella coppia potesse, come aveva minacciato, rendere pubbliche alcune registrazioni sconce del parroco con la donna di «bella presenza», come ha sottolineato dallo stesso denunciante.
«In tutto questo periodo di frequentazione», spiega in denuncia il parroco, «nasceva una mia attrazione fisica per la donna, ma sempre con l’intento di scoprire quanto di vero mi raccontava sui suoi problemi economici, avendo già elargito 50 mila euro a suo favore».
La donna, avvenente e sempre più spregiudicata, da quanto risulta dalla denuncia, era riuscita ad agganciare il parroco, lasciando intendere sviluppi positivi di quella iniziale conoscenza. «Andando avanti con la situazione che si era venuta a creare», prosegue il racconto del parroco ai carabinieri, «ed entrando in confidenza con lei, in alcune circostanze e sempre all’interno della sua abitazione chiedevo alla donna di darmi qualche segno della sua vicinanza facendomi vedere qualcosa del proprio corpo nudo. E la donna, in un’occasione, mi faceva vedere il seno nudo».
Da qui il parroco si fa più intraprendente e vuole vederla da sola. Concordano così un giorno in cui il marito doveva andare fuori per lavoro, e si incontrano a casa di lei. «La donna, convinta che io volessi un rapporto sessuale con lei cominciò a spogliarsi e avvicinandosi a me, mi toglieva la giacca». Ma quando stava arrivando il momento clou, ecco che arriva il marito che fa una scenata a tutti e due, minacciando di usare la pistola che aveva in casa contro il parroco che a quel punto si allontana immediatamente. «Io ti sparo», avrebbe detto l’uomo nei confronti del prelato, «come ti sei permesso ad avvicinarti a mia moglie. Questa la devi pagare cara. Ci vedremo in seguito, ho con me la pistola che userò per te». Il giorno dopo l'uomo chiama il parroco e inizia, per quest’ultimo, uno stillicidio di soldi durato anni: richieste continue di denaro, anche quotidiane. E quando il parroco riesce a farsi firmare una carta in cui l’uomo riconosce il debito di 500 mila euro e timidamente chiede di riavere piccole somme indietro, ecco spuntare le registrazioni compromettenti.
«L’uomo», spiega il prete, «mi faceva visionare alcune videoregistrazioni effettuate presso la sua abitazione dove io, parlando con la moglie, mi esprimevo in maniera scurrile parlando di sesso».
Adesso a rischiare il processo per estorsione sono marito e moglie (E.S. lui, di 54 anni, e C.D.A lei di 49 anni, che furono destinatari anche di una misura di divieto di avvicinamento al parroco) mentre il pm Fabiana Rapino, intende processare anche uno dei tre figli della coppia, A.S., 34 anni, per riciclaggio: avrebbe ricevuto lui diversi assegni dal parroco, versati sul suo conto corrente e poi subito ritirati in contanti o con l’emissione di assegni.
Stando alla linea difensiva dei tre indagati (difesi dagli avvocati Italo Colaneri e Alessandro Mascitelli), il parroco aveva quel forte debito con il capofamiglia. Adesso la parola passa al gup che dovrà decidere se mandare o meno sotto processo i tre indagati.

