Rigopiano, all’Aquila sit-in dei familiari delle vittime

Domani la protesta per sollecitare il ricorso in Cassazione da parte della Procura L’avvocato di parte civile: i familiari, da cittadini, sperano nel terzo grado di giudizio
PESCARA. «Non basta. Il desiderio di giustizia prevale. Vogliamo la verità e per questo chiediamo anche l’ultimo step, l’ultimo grado di giudizio». Queste le parole di Paola Ferretti, madre di Emanuele Bonifazi, tra le 29 vittime dell’hotel Rigopiano, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017. Domani alle 10.30, Paola e altri famigliari saranno all’Aquila, davanti al Tribunale, per un sit-in.
L’intento, così come specificato anche da Marcello Martella, papà di Cecilia, estetista del resort, scomparsa anche lei nella tragedia, è quello di ribadire, così come espresso nella pec inviata dal comitato al procuratore generale Alberto Sgambati, «la nostra sentita richiesta di ricorrere in Cassazione, affinché si possa fare luce su tutte le dinamiche che hanno causato la morte dei nostri cari e poter dare loro la piena giustizia che meritano». E aggiunge: «Dopotutto, se gli imputati vanno in Cassazione, perché noi no?». Quella di sabato è quindi una manifestazione «del nostro accorato desiderio e bisogno di verità e giustizia», precisano i famigliari. I tempi, tra l’altro, sono stretti per il ricorso al terzo grado di giudizio, dato che il termine ultimo è fissato al 24 giugno. La sentenza di Appello, con otto condanne e 22 assoluzioni, ha ribaltato solo in parte quella di primo grado, lasciando insoddisfatti e delusi i parenti delle vittime.
La lettera al procuratore generale della Corte d’Appello dell’Aquila è stata inviata dal comitato vittime di Rigopiano, presieduto da Gianluca Tanda il 27 maggio scorso. «Il termine per depositare il ricorso in Cassazione sta scorrendo», scrivono. «Ci consenta di rappresentare la nostra legittima aspettativa affinché l’impugnazione della sentenza di appello venga proposta». E ancora: «Non siamo in grado di entrare nei tecnicismi, ma siamo convinti e fiduciosi che un terzo grado di giudizio, a diposizione nel nostro ordinamento giuridico, possa chiarire ancor meglio quanto accaduto a Rigopiano quel maledetto 18 gennaio 2017, nonché nei periodi anteriori alla valanga. Desidereremmo che nel prossimo futuro ogni cittadino sia convinto che sia stata scandagliata ogni angolatura della vicenda che ci ha sconvolto la vita, dal primo ufficio di polizia giudiziaria fino alla suprema Corte».
«Quella di sabato non è una protesta», precisa Paola Ferretti. «Il procuratore ha il diritto di prendere le sue decisioni in merito, quindi anche di non ricorrere in Cassazione. Da cittadini, però, speriamo che si muova qualcosa, altrimenti la prossima partita verrà giocata solo da una squadra».
«Bisogna distinguere due piani», dice l’avvocato di parte civile Alessandro Casoni. «I famigliari si sono rivolti, spontaneamente, al procuratore generale. Come cittadini sperano nel terzo grado di giudizio per un’analisi più approfondita. Come legali stiamo valutando e ragionando sulla possibilità di ricorrere alla Procura generale di Cassazione, per indicare al procuratore generale quelle che, secondo noi, sarebbero le evidenze che dovrebbero portare la procura generale all’impugnazione in Cassazione, così come previsto dall’articolo 572 del codice di procedura penale. Stiamo ragionando su questo, in base all’analisi delle 605 pagine della sentenza di Appello. L’altra possibilità che abbiamo, come avvocati di parte civile, è quella di ricorrere in Cassazione per gli interessi civili».

