Rigopiano, l’ultima verità Valanga prevista nel 1999

Torna “31 minuti” con uno speciale dedicato alla tragedia con 29 morti Quei rischi ignorati dalla politica per aprire il resort: trent’anni di omissioni
PESCARA. Quasi otto anni dopo, sotto il monte Siella, resta la distruzione circondata da un paesaggio che spezza il fiato: quello che rimane dell’hotel Rigopiano è un edificio con i muri sbriciolati, le vetrate spaccate, le porte sfondate e ridotte a un telaio con la maniglia. Le foto del resort 4 stelle, travolto dalla valanga il 18 gennaio 2017 con un bilancio di 29 morti e 11 miracolati, raccontano la parabola di un simbolo del turismo montano abruzzese: da sogno a incubo. Torna “31 minuti”, il settimanale di approfondimento giornalistico di Rete8 in collaborazione con il Centro in onda stasera alle ore 22. La prima puntata della stagione, con la regia di Danilo Cinquino e Antonio D’Ottavio, è uno speciale su Rigopiano: “L’ultima verità”. Una ricostruzione documentale, politica e giudiziaria con contributi di Pablo Trincia, autore del podcast Sky Italia e Sky TG24 “E poi il silenzio”, e Giampaolo Matrone, l’ultimo sopravvissuto estratto vivo dalle macerie che ha appena pubblicato un libro su «un disastro ancora senza colpevoli».
VERSO LA CASSAZIONE Il prossimo mercoledì 27 novembre la sesta sezione penale della Cassazione scriverà la parola fine al caso Rigopiano. Al processo di appello, 22 assoluzioni e 8 condanne. Finora, le verità giudiziarie partorite dal tribunale di Pescara e dalla Corte d’appello dell’Aquila dicono che le responsabilità penali appartengono ai livelli istituzionali del Comune di Farindola, Provincia di Pescara e prefettura. Tra gli 8 condannati c’è anche l’ex prefetto Francesco Provolo. La politica invece no: secondo gli atti giudiziari, la politica non è colpevole anche se per trent’anni ha chiuso gli occhi davanti al rischio valanghe. Al vaglio della Cassazione, le accuse sono sempre le stesse: un’inescusabile sottovalutazione del pericolo fino alla tragedia e una lunga serie di omissioni. A vario titolo, i reati contestati sono disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni, falso, depistaggio e abusi edilizi.
QUALCUNO SAPEVA? Ma 8 anni fa, quando si è staccata la valanga da una zona di 40mila metri quadrati grande come 5 campi di calcio, tra 1.760 e 1.890 metri di altezza, piombata sull’hotel in due minuti, qualcuno sapeva di quel rischio o è stata una sorpresa? Almeno fino al 2005, tutti sapevano: da allora in poi, cala una cortina di silenzio sul pericolo valanghe a Farindola: il 24 febbraio del 2005 è il giorno dell’ultima seduta della Commissione valanghe in cui si parla del rischio che incombe nella zona di Rigopiano. Poi, un silenzio assordante che prosegue anche nel 2008 quando il Comune di Farindola approva il Piano di emergenza in cui, dicono le carte della Procura di Pescara, «era del tutto assente la trattazione e la valutazione del rischio valanghe e del rischio neve-ghiaccio che non venivano inseriti in nessuno dei successivi aggiornamenti del 2010 e 2014». Vuol dire che in tre Piani di emergenza licenziati in 6 anni non esiste un richiamo al pericolo valanghe, come se Rigopiano fosse una località di mare.
ALLARMI IGNORATI La storia di Rigopiano è una storia di allarmi ripetuti ma ignorati: come la relazione del 1999 della guida alpina Pasquale Iannetti. In quel documento Iannetti prevede una possibile valanga a Rigopiano e invita le autorità ad «approfondire il problema mediante uno studio dell’area», una ricerca necessaria, dice la guida alpina, «affinché in futuro si possa garantire la sicurezza delle infrastrutture alberghiere, delle strade, dei parcheggi della località di Rigopiano». E poi la relazione del geologo Angelo Iezzi del 2001 in cui si parla di «pericolosità da valanghe»; la Carta storica delle valanghe, mandata in Comune nel 2014, che riassume tutte le slavine cadute a poca distanza dell’hotel dal 1999 al 2005; la legge regionale numero 47 del 1992, approvata per «l’accertamento dei pericoli e dei rischi da valanga e la salvaguardia della pubblica e privata incolumità», finanziata con 300 milioni di vecchie lire ma subito dimenticata. Se l’iter di quella legge fosse andato avanti, sarebbe stata approvata la Carta valanghe con divieti alle costruzioni e probabilmente l’hotel Rigopiano, costruito alla base di un canalone, quasi il punto ideale di arrivo di una valanga micidiale, sarebbe rimasto un rifugio di montagna aperto solo d’estate e non un resort di lusso, tutto esaurito anche d’inverno.
LA POLITICA VOLEVA L’HOTEL Con queste premesse, la valanga è l’ossimoro di Rigopiano: tutti sapevano ma tutti ne sono sorpresi. Sapevano i politici e sapevano anche i pastori. In dialetto, mentre pascola le pecore vicino all’hotel Rigopiano, un pastore ci dice che nel 2017 “ha calat” la stessa valanga di 80 anni prima. Ma la politica voleva quell’hotel per ridare speranza all’economia dell’area vestina: «Abbiamo sempre considerato il progetto dell’albergo Rigopiano di eccezionale interesse collettivo, non solo farindolese ma a livello regionale», così dice, nel 2010, l’allora sindaco Antonio De Vico in un’inchiesta per corruzione su Farindola finita poi con una scia di assoluzioni proprio poche settimane prima del disastro.
CLIENTI IN MONTAGNA Nessuno pensa alla neve che può “calare” dalla montagna come dicono i pastori, tutti pensano ai clienti che su quella montagna vogliono andarci: «L’hotel Rigopiano e il centro benessere, essendo un’eccellenza dell’Abruzzo, potevano contare sull’assicurazione della raggiungibilità degli stessi anche quando c’era forte neve. Io mi interfacciavo via mail con il presidente della Provincia e con gli altri che operavano per la viabilità», parole dell’allora amministratore del resort Bruno Di Tommaso durante un interrogatorio. Pochi giorni prima della tragedia, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta è ancora più chiaro e, alla Provincia, dice che è necessario tenere pulita la strada per Rigopiano perché il resort «rappresenta un’eccellenza in Abruzzo e nel centro Italia richiamando l'attenzione anche di personaggi di spicco» e bisogna evitare «disagi alla clientela, perdita economica alla società del resort e una caduta d’immagine per la Provincia». Nessuno fa quello che, secondo la Procura, andava fatto: «Immediata sospensione di ogni utilizzo dell’hotel nella stagione invernale».
«UNA CATASTROFE» In quei giorni, il meteo non dà speranze: «C’è oltre un metro di neve, siamo completamente isolati e con due morti. Le previsioni per domani sono catastrofiche», dice ancora Lacchetta. È il 17 gennaio, un giorno prima del disastro: le persone chiuse dentro l’hotel Rigopiano vivono l’ultimo giorno della loro vita da condannati a morte. Agli allarmi ignorati per giorni, mesi, anni, si aggiunge il guasto della turbina spazzaneve: chi vuole scappare dall’hotel non può farlo perché c’è un muro di neve sulla provinciale 8.
TURBINA ROTTA E chi sapeva della turbina rotta? In Provincia quasi tutti ma nessuno fa niente. L’informativa dei carabinieri forestali dice: «È da rimarcare la confusione della Provincia di Pescara nella gestione dei mezzi turbina». Questa frase è un punto fermo dell’inchiesta. Quello che accade in quelle ore è talmente incredibile che, nel tardo pomeriggio, quando non c’era ancora contezza del disastro, anzi quando gli allarmi erano presi per uno scherzo, spuntano due turbine dell’Anas ferme a Penne, meno di 20 chilometri da Rigopiano. Alle 17.09, con l’albergo già distrutto da 20 minuti anche se a Pescara non lo sa ancora nessuno, il presidente della Provincia Antonio Di Marco annuncia su Facebook: «Stiamo aspettando l’arrivo, da Campobasso, di una turbina in grado di spalare e raccogliere la neve. La utilizzeremo per la zona vestina». È troppo tardi.

