Rigopiano, la madre di una delle vittime: il processo è fermo

Lo sciopero degli avvocati fa slittare l’udienza del 25 giugno Paola Ferretti: bene la protesta, ma è moralmente giusto?
PESCARA. A 53 mesi, ieri, dalla tragedia di Rigopiano, i familiari delle 29 vittime della valanga sono deluse e amareggiate. Al dolore si aggiunge infatti l’attesa infinita di un processo che, per un motivo o per un altro, complice la pandemia, non riesce a decollare. L’ultimo intoppo, lo sciopero delle Camere Penali nazionali previsto il 24 e il 25 giugno in relazione ai fatti accaduti a Verbania dopo il gravissimo incidente della filovia del Mottarone dove hanno perso la vita 14 persone. Sciopero che fa slittare l’udienza in programma proprio il 25 giugno. L’ultima c’era stata il 21 maggio scorso, ma dopo due mesi e mezzo di pausa, causa Covid. E adesso si rischia che anche la discussione slitti a dopo l’estate. «Siamo al dodicesimo rinvio», tuona Paola Ferretti, mamma di Emanuele Bonifazi tra i dipendenti del resort morti lo scorso 18 gennaio 2017.
«Ho sempre rispettato la legge italiana e sono fiera di vivere in uno Stato democratico», sottolinea. «Rispetto il diritto di sciopero costituzionalmente tutelato come conquista sociale. Ma sono una cittadina che attende di conoscere la verità riguardo la morte del proprio figlio, avvenuta sotto le macerie dell’Hotel Rigopiano, mentre lavorava. Dal 2017 proviamo ad essere fiduciosi nella giustizia italiana, affinché una sentenza ci racconti come è andata. Perché. A causa di chi. Siamo al 12° rinvio e ci troviamo solo in fase di udienza preliminare. Attendevamo – come parti civili - l’udienza del 25 giugno 2021 come uno snodo importante per conoscere le perizie e per capire quale percorso processuale avrebbero scelto gli imputati. Veniamo invece a conoscenza di un’astensione indetta dalle Camere penali. Mi chiedo», s'interroga Paola Ferretti, «se sia moralmente giusto astenersi dalle udienze per un legittimo dissenso da una scelta magari giuridicamente non condivisibile, ma al tempo stesso indirettamente, ed involontariamente, determinando per altri processi tragici, come quello di Pescara, un nuovo rinvio. Basterà l’adesione di un solo avvocato per imporre al giudice un rinvio dell’udienza, chissà a quando. Le attese delle vittime, nonché il diritto dello Stato di conoscere una verità, si bilanciano dunque correttamente con l’aspettativa di Giustizia? La protesta, vale il disagio?», si chiede ancora la mamma. «È solidale il pur legittimo astenersi dall’attività giudiziaria, quando però altri percorsi giudiziari verranno inevitabilmente rallentati oppure complicati dall’inevitabile decorso della prescrizione? Non sarebbe stato meglio», si chiede, «per la delicatissima funzione che l’avvocato ricopre rispetto ad altre categorie di lavoratori, uno sciopero sul modello giapponese, cioè lavorando e al tempo stesso mettendo in atto proteste visibili verso la società e le Istituzioni? Forse abbaio alla Luna, non me ne vogliano gli avvocati che ci aiutano ogni giorno, ma come cittadina ferita ho imparato a pormi tante domande, riguardo temi con i quali un destino sfortunato mi ha imposto di convivere», conclude.

