Rigopiano, oggi le parti civili: «L’hotel era come una trappola»

E stamani c’è anche la discussione di Di Blasio, funzionario della Provincia condannato a 3 anni e 4 mesi Oltre a lui, saranno in aula il gestore dell’hotel Di Tommaso e il tecnico Gatto (sei mesi in primo grado)
PESCARA. La seconda udienza in Corte d’Appello all’Aquila sul disastro di Rigopiano, dove il 18 gennaio 2017 persero la vita 29 persone tra ospiti e dipendenti dell'hotel distrutto da una valanga, si apre questa mattina con la discussione delle parti civili che sono davvero poche rispetto alle 120 che si erano costituite davanti al gup Gianluca Sarandrea che sentenziò cinque condanne sulle trenta posizioni mandate a processo dalla procura (la pubblica accusa davanti alla Corte è sostenuta dai pm pescaresi Anna Benigni e Andrea Papalia): imputati giudicati tutti con il rito abbreviato.
L’avvocatessa Wania Della Vigna ha presentato un ricorso di una sessantina di pagine per contestare tutte le posizioni degli imputati. Nel ricorso parla dell’hotel come di una “trappola”: «Nessuna delle autorità competenti», scrive, «nonostante le disperate richieste di soccorso, predisponeva gli invii tempestivi di spazzaneve per garantire l'incolumità degli ospiti della struttura».
Analiticamente, il legale di alcune delle parti civili, passa in esame le posizioni del Comune di Farindola, della Provincia e della Prefettura, sottolineando l’«erronea applicazione della legge penale in relazione al reato di disastro colposo; errata valutazione del rischio neve: errata valutazione della prevedibilità dell’evento; il reato omissivo improprio e posizione di garanzia degli imputati». Ma la giornata di oggi prevede anche la discussione di tre dei cinque condannati in primo grado: e cioè di Bruno Di Tommaso, gestore dell’hotel, Giuseppe Gatto, tecnico che, come Di Tommaso, risponde di abuso edilizio (condannati entrambi a sei mesi), e del funzionario della Provincia Mauro Di Blasio. La sua posizione, insieme a quella del dirigente dello stesso ente, Paolo D’Incecco (la cui discussione è prevista per il 20 dicembre), è quella più pesante in termini di condanna: 3 anni e 4 mesi di reclusione in relazione alla condotta, ritenuta penalmente rilevante in primo grado, «relativa al monitoraggio della percorribilità delle strade rientranti nel comparto della strada provinciale 8 e alla pulizia notturna dalla neve ovvero a quella relativa al mancato reperimento di un mezzo sostitutivo della turbina Unimog fuori uso, nonché alla mancata chiusura al traffico veicolare del tratto stradale della provinciale 8 dal bivio Mirri a Rigopiano».
Il non aver liberato dalla neve l’unica strada di accesso e di fuga dall’hotel, è stato il motivo della condanna che adesso i suoi legali, Placido Pelliccia e Fiorenzo Cieri, cercheranno di cancellare con la loro discussione davanti ai giudici della Corte aquilana. Poi la discussione verterà sulle posizioni di Bruno Di Tommaso (difeso da Sergio Della Rocca), del tecnico Giuseppe Gatto (assistito da Vincenzo Di Censo) e quella dell'ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco (difeso da Augusto La Morgia e Marco Spagnuolo): quest’ultimo, assolto in primo grado, ha impugnato la sentenza per aver trasformata la formula assolutoria da «perché il fatto non costituisce reato» a «perché il fatto non sussiste», e quindi formula piena.

