«Rigopiano, una scena da incubo: impossibile scordare quella notte»

FARINDOLA. «A distanza di due anni la sensazione è quella di aver assistito a un incubo senza fine, in cui sembra ci sia la sensazione di non svegliarsi mai. Dall’altro lato c’è sempre una parte di...
FARINDOLA. «A distanza di due anni la sensazione è quella di aver assistito a un incubo senza fine, in cui sembra ci sia la sensazione di non svegliarsi mai. Dall’altro lato c’è sempre una parte di convinzione che tutto sia rimasto lì, intatto, com’era prima di quel 18 gennaio». Niente però è più come prima a Rigopiano. La valanga del 18 gennaio 2017 ha cancellato l’hotel e soprattutto portato alla morte 29 persone. In attesa che l’inchiesta giudiziaria faccia chiarezza e appuri eventuali responsabilità, il ricordo della tragedia è forte e doloroso.
Fabio Pellegrini, l’istruttore di sci alpinismo di Loreto Aprutino che guidò i primi soccorritori fin all’hotel distrutto dalla valanga, ha la voce strozzata dal dolore ogni qual volta racconta le sue emozioni, anche a distanza di due anni da quel maledetto 18 gennaio 2017. «Sensazioni e ricordi si intrecciano e viaggiano di pari passo, sarà impossibile dimenticare quella notte». A distanza di due anni, Pellegrini non ha dimenticato un solo fotogramma di quella terribile giornata. Intorno alle ore 20 del 18 gennaio tornò a casa dal lavoro e venne a sapere da sua moglie quel che stava accadendo a Rigopiano. Da giorni, l’intero comprensorio vestino era sotto un’ondata di neve e gelo come non accadeva da tempo.
«Ricordo ogni singolo istante di quella notte. Tornai a casa da lavoro poco prima dell’ora di cena. Mia moglie mi raccontò ciò che stava accadendo. Non ci pensai su due volte, indossai il giubbotto termico, presi una bottiglietta d’acqua, uno zaino, sci e pelli di foca e mi avviai da Loreto verso Penne in macchina. Lo dovevo a Roberto Del Rosso, ai ragazzi che lavoravano a Rigopiano e poi avevo saputo che erano lì anche i compaesani Piero Di Pietro (con la moglie) e la famiglia di Sebastiano Di Carlo. Dopo varie peripezie riuscii a raggiungere la colonna dei soccorsi a bivio Mirri a Farindola. Da lì mi accodai al gruppo dei primi soccorritori diretti all’hotel con sci e pelli di foca. Vidi che non avevano le idee ben chiare di dove fosse l’hotel: così dissi che io conoscevo bene la zona e mi misi davanti a tutti a far da battistrada. Arrivati alla curva Panoramica, la visibilità era quasi vicino allo zero e il vento così forte che non consentiva di alzare più di tanto la testa», racconta Pellegrini.
Quali le sensazioni, una volta giunti sul luogo dove era sepolto l’hotel? «Dopo quattro ore di cammino con gli sci, ci trovammo di fronte una scena surreale, apocalittica. Mi sono sentito disperato. Poi pensammo in che modo fosse possibile entrare all’interno della struttura, ma la situazione era complicata. Mentre ci guardavamo attorno riuscimmo a vedere Fabio Salzetta e Giampiero Parete perché si erano messi all’interno dell’auto di Parete e avevano i fari della Bmw accesi, così come era accesa la luce del locale caldaie (luogo dove si era salvato Salzetta). Si vedevano le luci già da circa 300 metri di distanza. Andammo da loro e ci sincerammo delle loro condizioni. Parete aveva dentro i suoi cari e Salzetta aveva in albergo sua sorella Linda. Furono momenti terribili. Poi portammo Parete in barella fino alla curva Panoramica, dove era arrivata la turbina». Sono passati due anni dal quel 18 gennaio 2017, ma il ricordo e le sensazioni di chi quella tragedia l’ha vissuta in prima persona sono una cicatrice indelebile stampata nella mente.

