Risarciti i familiari del vicino di casa ucciso

Il delitto di via del Circuito, le motivazioni della condanna a 16 anni: «Mucciante agì per i rumori molesti»
PESCARA. La famiglia di Salvatore Russo, l'uomo ucciso con 38 coltellate dal vicino di casa infastidito dai rumori che provenivano dall'appartamento della vittima, non accetta la pena di 16 anni inflitta con il rito abbreviato all'imputato Roberto Mucciante dal gup Elio Bongrazio. I motivi della sentenza da poco depositati dal giudice, potrebbero indurre le parti offese a ricorrere in appello. Il delitto si verificò la mattina del 25 aprile del 2018 nella zona dei garage condominiali dello stabile di via del Circuito dove abitavano entrambi. Un delitto senza aspetti particolari da chiarire. «Le fonti di prova», scrive il giudice, «consentono di ascrivere senza dubbio al Mucciante la penale responsabilità in ordine al delitto, sia pur commesso in condizione di capacità di intendere e di volere grandemente scemata per infermità di mente, stante le risultanze della perizia disposta in sede di incidente probatorio». Il pubblico ministero Luca Sciarretta aveva concluso la sua requisitoria chiedendo 20 anni di reclusione. A 16 anni il gup è giunto sia per la riduzione di un terzo della pena per il rito abbreviato scelto dalla difesa, sia per le condizioni psichiche dell'imputato, sia per il mancato riconoscimento dell'aggravante della crudeltà. Era stato lo stesso Mucciante a chiamare i carabinieri quella mattina per dire che aveva accoltellato una persona nel garage del proprio palazzo. Quando i militari giunsero sul posto, trovarono la vittima in un lago di sangue e tracce ematiche fin sull'uscio dell'appartamento dell'imputato trovato, lui stesso, sporco di sangue.
«Le inequivoche tracce di reato rinvenute addosso all'imputato nell'immediatezza del fatto», scrive ancora il gup in sentenza, «e la dettagliata confessione resa in più di una circostanza, depongono per un rassicurante giudizio di colpevolezza». Quello che ha pesato sulla condanna finale è anche il risultato della perizia psichiatrica. Il perito Massimo Di Giannantonio aveva concluso la sua consulenza affermando che «durante la commissione del fatto Mucciante versava in uno stato mentale oggettivamente psicotico in grado di condizionare fortemente le funzioni cognitive e riflessive», derivanti da un «disturbo di personalità schizoide con tratti evitanti in soggetto con umore gravemente depresso».
Ma, nonostante questo, il giudice ha confermato all'imputato l'aggravante dei futili motivi in quanto il delitto è stato commesso per porre fine ai rumori molesti provenienti dall'appartamento occupato dalla famiglia della vittima. «L'imputato, dunque, senza nemmeno avvertire la necessità o l'opportunità di coinvolgere per tali molestie l'amministratore di condominio», sentito nel corso delle indagini, così come i familiari che confermarono che Mucciante uscì di casa senza portare il coltello, «ha cagionato la morte del Russo durante l'incontro occasionale avutosi nei locali condominiali». Il giudice, pur tenendo presente la parziale incapacità di intendere dell'imputato, aggiunge anche che Mucciante «ha approfittato della situazione venutasi a creare per accoltellare il Russo nella consapevolezza che nessuno l'avrebbe visto». Niente crudeltà, però, in quanto non è il numero ripetuto di coltellate che determina sofferenze aggiuntive. «La consulenza», spiega il giudice, «ha accertato che la vittima è stata colpita per 20 volte sul dorso quando il cuore era fermo o agonizzante: va escluso, dunque, che al Russo sia stata inflitta una sofferenza ulteriore e superflua rispetto alla deplorevole finalità omicidiaria in cui ha agito il suo aggressore». Il gup ha poi condannato l'imputato al risarcimento danni da liquidarsi in sede civile, concedendo una provvisionale complessiva di 290mila euro alla moglie, ai figli e alla sorella di Salvatore Russo.

