Ristoratore in coma dopo la lite: ex pugile condannato a due anni

La difesa di Mangifesta: siamo soddisfatti, ci fu un solo pugno, abbiamo puntato sulla legittima difesa Il pm Falasca aveva chiesto 4 anni e mezzo per lesioni gravissime, con l’aggravante dei futili motivi
FRANCAVILLA. Due anni di reclusione con la sospensione della pena e risarcimento per la parte offesa da liquidarsi in sede civile. Così ha sentenziato il collegio presieduto da Guido Campli, chiamato a giudicare l’ex pugile Sandro Mangifesta, 46 anni di Ortona, responsabile di aver provocato gravi ferite al ristoratore di Ortona Antonio Cicalini, 67 anni, per una banale discussione legata alla circolazione stradale. «Siamo soddisfatti», commenta l’avvocato Italo Colaneri, legale dell’imputato, dopo la lettura della sentenza, «due anni con la sospensione, per un reato che va dai 6 ai 12 anni credo sia un buon risultato. Abbiamo puntato tutto sulla legittima difesa. Leggeremo le motivazioni del collegio e decideremo il da farsi».
Il pm in aula, Giuseppe Falasca, aveva concluso la sua requisitoria chiedendo una condanna a 4 anni e mezzo di reclusione per l’ex pugile, oggi agente di commercio. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Angelo Pettinella, aveva chiesto la condanna anche al risarcimento del danno e a una provvisionale importante, non concessa.
Era il 25 ottobre 2019. Il litigio nacque per un sorpasso non gradito dalla vittima, almeno secondo la ricostruzione dei carabinieri della stazione di Francavilla. Quando la Smart dell’imputato arriva davanti al semaforo in fondo a viale Alcione, a Francavilla, Cicalini scende dal furgone e si dirige verso l’auto di Mangifesta. A detta di quest’ultimo, Cicalini avrebbe iniziato a insultarlo. L’ex pugile esce dall’auto e, per legittima difesa, come ha sempre sostenuto, sferra un pugno all’altro e lo mette al tappeto.
Diversa la tesi dell’accusa e, soprattutto, della parte offesa: i pugni sarebbero stati più di uno e le conseguenze evidenti. Cicalini, che finì in coma, fu ricoverato in ospedale a lungo in prognosi riservata, con il rischio anche di perdere un occhio. Secondo l'accusa, Mangifesta ha ferito gravemente Cicalini «colpendolo con pugni al volto e al cranio» tanto da provocare alla vittima «una malattia certamente insanabile». L’accusa è di lesioni gravissime, con l’aggravante dei futili motivi.
Circa un mese dopo il fatto, la procura chiese e ottenne dal gip una misura cautelare e per Mangifesta scattarono gli arresti domiciliari. Durante l’interrogatorio di garanzia disse di aver agito per legittima difesa: «È stato Cicalini a scendere dal furgone e ad avvicinarsi alla mia auto: davanti allo sportello ha iniziato a gridare, a offendermi e a minacciarmi. A un certo punto stava per aggredirmi e sono stato costretto a reagire: con la mano destra mi sono coperto mentre con la sinistra l’ho colpito una sola volta. Ma non era mia intenzione fargli del male». L’imputato ha sempre ribadito di essere rimasto sul posto in attesa dei soccorsi e che le conseguenze per la vittima sarebbero dipese dalla successiva caduta dopo il pugno. Durante le indagini e prima del processo, tra imputato e vittima (e tra gli avvocati) non c’è stato avvicinamento. La procura ha saltato la fase dell’udienza preliminare, chiedendo il giudizio immediato. «Per noi», afferma la parte civile, l’avvocato Pettinella, «è una sentenza soddisfacente perché acclara una responsabilità piena ed esclusiva dell’imputato, escludendo le ipotesi dallo stesso paventate di legittima difesa. Azioneremo, appena possibile, l'azione civile per la quantificazione del danno».

