Robertino e Maria, coppia storica delle dediche anni ’80 su Radio Sole

17 Maggio 2020

PESCARA. «Le signore si alzavano al mattino e accendevano subito la radio per ascoltarci di nascosto dai mariti che ci odiavano» ricorda, sorridendo, Robertino, mitica voce di Radio Sole, una delle...

PESCARA. «Le signore si alzavano al mattino e accendevano subito la radio per ascoltarci di nascosto dai mariti che ci odiavano» ricorda, sorridendo, Robertino, mitica voce di Radio Sole, una delle prime emittenti libere pescaresi nata nel 1980 con, alle spalle, un successo folgorante durato venti anni.
Le dediche in diretta richieste da casalinghe, giovani, bambini e uomini in cerca di emozioni; le trasmissioni irriverenti, scanzonate e molto hot, hanno contribuito all'alto gradimento dell'emittente che accendeva i microfoni alle 7 del mattino e andava avanti fino a notte fonda quando l'atmosfera si surriscaldava con gli scandalosi Adi e Stevie. Dietro la frequenza 98.6 c’erano migliaia di ascoltatori, dalle Marche alla Puglia. Poi l’oblio, quando la concorrenza e le leggi diventarono più spietate.
Il dj vocalist Robertino, al secolo Enrico Ferrante, esperto radiotecnico e oggi imprenditore 75enne, titolare di una country house a Colle Renazzo di San Silvestro, racconta quell'epoca ruggente 44 anni dopo la nascita ufficiale delle radio libere in Italia, il 28 luglio 1976, data che sanciva la fine del monopolio della radio di Stato, e a 40 anni dalla fondazione della sua creatura.
Dunque, il famoso Robertino è in realtà Enrico Ferrante?
«Sì, sono io. Mi sono ispirato al celebre cantante romano di “Un bacio piccolissimo” e poi volevo che si pensasse che dietro quel nome c'era una persona più piccola di età, all'epoca avevo 33 anni».
Quando è nata Radio Sole? «L'ho fondata nel 1980 di ritorno dal Canada dove facevo l'imprenditore edile, ma nasco come radiotecnico. La sede pescarese è sorta in via Tiburtina. Era una radio a conduzione familiare. Dietro i microfoni, a parte me che conducevo un programma revival con dediche e giochi dalle 7 alle 12, c'era “la signora Maria”, mia moglie, al pomeriggio, e i miei figli Adi (pronuncia Edi) e Stevens (Stevie) che intrattenevano gli ascoltatori in notturna con un programma un po’ spinto che faceva arrabbiare i mariti delle nostre ascoltatrici, le quali si alzavano al mattino presto per collegarsi con noi di nascosto. Erano loro il nostro grande pubblico, ma anche i bambini e i giovani. Gli altri due figli, Eduard e Lorena, si occupavano di questioni tecniche e amministrative. Ci ascoltavano da tutta la regione, ma anche dalle Marche fino in Puglia. La pubblicità ci veniva richiesta dal Gargano, Bari, Campobasso, dalla Maiella, Macerata, L'Aquila, Ancona. Noi la vendevamo a 80mila lire al mese quando in nazionale costava 450mila lire a spot».
Qual è stato il segreto del vostro successo?
«La convenienza nel settore pubblicitario è stata la nostra forza, ma anche il fatto che noi eravamo capaci di divertire la gente, scatenavamo curiosità, facevamo compagnia. La nostra era una emittente urlata, ma questo piaceva alla gente. Abbiamo vinto anche 5 Radiogatti, prestigiosi riconoscimenti dell’epoca. Siamo stati molto fortunati, ma dietro il successo c'era la difficoltà di mantenerlo. Troppe volte ci siamo dovuti difendere dagli attacchi della concorrenza che ci tagliava le antenne dei ripetitori, che allora costavano 20-30 milioni. Abbiamo anche sofferto con le restrizioni della legge Mammì che ci ha fatto chiudere per giorni. Ma in Canada, dove avrei voluto fondarla, le leggi erano più severe».
Quando avete deciso di chiudere l'emittente?
«Venti anni fa. La concorrenza era diventata spietata. Ma, ad esser sinceri, c'eravamo anche un po’ stufati».
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