Rossi, da carabiniere a operaio per Hitler: «19 mesi di inferno»

27 Gennaio 2021

Il pescarese di 97 anni racconta la sua prigionia nei lager «Salvo grazie a un prigioniero abruzzese addetto al cibo» 

PESCARA. Da carabiniere a operaio di Hitler in una fonderia austriaca, contro la sua volontà. Da prigioniero dei nazisti a Volontario della Libertà.
Abramo Primo Rossi, 97 anni, pescarese nato a Colonnella (Teramo), è sopravvissuto per 19 mesi, dall'ottobre 1943 a maggio 1945, alle privazioni fisiche e psicologiche subite in due lager in Austria, Trofaiach e Leoben-Donawiz, patria della siderurgia nella Stiria.
Ha rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò mettendo a repentaglio la sua vita e quella di altre centinaia di internati dei campi di concentramento e, al suo ritorno in patria, ha combattuto il banditismo in Sicilia. Tutto in una sola, lunghissima, vita.
Nel Giorno della Memoria, 76 anni dopo la liberazione dei prigionieri di Auschwitz scampati all’Olocausto, il militare a Roccaraso in pensione, scioglie i ricordi più bui. Classe 1924, tempra d'acciaio e carattere dolce, torna veloce con la mente, lucidissima, a quel 7 ottobre 1943 quando, da quattro mesi, era carabiniere a cavallo a Roma. Davanti alla caserma Orlando De Tommaso, sede della legione allievi dove una pietra d'inciampo ricorda quella bruttissima pagina di storia, inizia il rastrellamento e la deportazione di 2500 carabinieri, 600 dei quali non torneranno mai più dai campi di concentramenti di Polonia, Germania e Austria.
Gli ufficiali vennero disarmati dalle SS e radunati all'interno della caserma. Il 19enne sottotenente «a titolo onorifico» Abramo Primo Rossi è stato testimone e vittima di quell'evento, ma nulla in confronto a ciò che accadrà successivamente: «Era mattina presto. Io, in tuta da lavoro, andavo ad accudire i cavalli. All'improvviso arrivarono i tedeschi, ci confinarono nel maneggio», racconta senza fermarsi mai, «e ci dissero: da questo momento siete nostri prigionieri, non potete più muovervi da qui. Ci lasciarono tutto il giorno senza bere né mangiare. All'imbrunire ci fecero salire su un carro bestiame alla stazione Ostiense diretto a Bologna e da qui verso Priel, località austriaca dove arrivammo sfiniti e a digiuno, il giorno dopo, l'8 ottobre. Passammo la notte sotto un grande tendone, la mattina del 9 ci caricarono di nuovo sui camion e ci condussero nel lager di Trofaiach dove riuscimmo a nutrirci con una brodaglia di barbabietole e un pezzo di pane di segale, a mezzogiorno. Ricordo tante ragazze russe, ma con i compagni di sventura non riuscimmo neppure a pensare, non capivamo cosa stesse accadendo alle nostre vite e perché. Ci distribuirono zoccoli di legno da mettere ai piedi e una tuta con su scritto KG, prigionieri di guerra, al collo ci misero una medaglietta, il mio numero di riconoscimento era 34450». Il 10 ottobre di 78 anni fa, il carabiniere pescarese, entra per la prima nella fonderia di Leoben-Donawiz dove per 19 mesi sceglierà i pezzi di acciaio e ferro migliori per costruire i carrarmati del Reich. Per arrivare in fabbrica ogni giorno dovrà percorrere un tragitto di 5 km a piedi dalle baracche alla stazione ferroviaria di Trofaiach e da qui altri 20 km in treno per giungere a destinazione. Sveglia alle 4 del mattino, ore di viaggio, 12 ore di lavoro e ritorno in baracca, sfinito e affamato. Rossi deve la sua vita ad un giovane di Montorio al Vomano, anch’egli prigioniero: «Si chiamava Gaetano Vuscella ed era addetto al vettovagliamento. Ogni sera mi faceva ritrovare patate cotte sotto al cuscino con cui cercavo di attutire i morsi della fame».
«Ma ad un certo punto, nella primavera del 1944», volge al termine Rossi, che oggi vive a Pescara con la moglie Pia Ciocca, 83 anni, ed è padre orgoglioso di Franca, Gabriella e Attilio e nonno dell’adorato nipotino Paolo, 11 anni, «ci dissero che potevamo avere cibo a volontà e tornare nelle nostre case in Italia se avessimo accettato di aderire alla Repubblica di Salò. Il nostro, eravamo un centinaio, fu un coro unanime di no. Mai e poi mai avremmo rinnegato i nostri ideali e la patria per chi voleva ucciderci. Rifiutammo a rischio della vita, non ci hanno mai torturato perché eravamo braccia per lavorare», ma quel no gli valse il riconoscimento di Volontario della Libertà. L’inizio della fine ha una data: 3 maggio 1945. «Quel giorno», riannoda i fili, Rossi, con il cuore che ancora gli scoppia di gioia, «ci fecero salire sulle camionette e senza rivelarci la destinazione ci condussero a Tarvisio, in Friuli. Eravamo a casa, lontani dai lager migliaia di chilometri. Mai lo avremmo sperato. Ad attenderci c’era una polenta fumante, la più buona della mia vita».