Rossi: sì a un partito dei lavoratori aperto

26 Maggio 2018

Il governatore della Toscana in Abruzzo: va ipotizzata un’alleanza contro il populismo di Lega e M5S

PESCARA. Considera l’Abruzzo «una delle tante piccole Italie che rendono unico il nostro Paese». Sorriso stampato in volto, Enrico Rossi, presidente della Toscana e tra i fondatori di Articolo 1, sta girando l’Abruzzo per la campagna elettorale delle Comunali e viene a trovarci in redazione. Appare un po’ più morbido su Renzi, almeno rispetto al passato, e punta su un Partito del lavoro.
Lei ha lanciato questo partito del lavoro, per costruire una prospettiva di politica seria. Cosa significa? Chi ci dovrebbe stare dentro?
«Ci devono stare coloro che ci si riconoscono. Il Pd, per esempio, che nasce sposando il neoliberismo, perché questo di fatto è avvenuto. Nasce rivolgendosi a un cittadino indistinto. Nasce sposando fino alle estreme conseguenze la terza via, il blairismo. Questo è stato in sostanza».
A partire da Veltroni?
«Esatto, tutto nasce nel 2008 quando inizia anche la crisi di questa globalizzazione che poi ha messo in difficoltà non solo i ceti popolari ma anche i ceti medi. Poi Renzi ha dato l'ultimo strappo, persino nei simboli, e quindi davvero è stato rovinoso per la sinistra».
Ma Renzi è recuperabile, secondo lei? Quale ruolo potrebbe avere in questo partito?
«Io non lo so. Da quello che si legge, mi pare che potrebbe essere suo il ruolo. Fra l'altro, al di là dei toni, dei modi che sono una sorta di populismo alla rovescia, sta svelando anche una certa cultura che purtroppo però è stata troppo subordinata alle categorie che in questo periodo hanno prevalso. Quando lui dice: “Adesso vi sfidiamo, voi siete la casta..”, insomma, rovescia il gioco. Ma se c'è un punto su cui forse c'è un'ipotesi razionale in campo, è l'ipotesi di costruire uno schieramento macroniano, che metta insieme una specie di partito della razionalità, dell'europeismo, contro il populismo di Lega e M5S. Io penso che non basta, per quanto questo sia un tentativo nobile e rispettabile. Serve anche e soprattutto una sinistra credibile».
Mi sembra che la capacità attrattiva di questo ipotetico, futuro partito del lavoro verso il moderatismo, verso il centro moderato dell'Italia sia forte.
«Io temo che il centro purtroppo non esista più, come dimostrano queste elezioni, ma la perdita non può essere solo attribuibile a Renzi. Secondo me, è stata la crisi ad aver distrutto il centro. La sinistra ha sempre ragionato sullo spostamento verso il centro per conquistare la maggioranza, almeno dai tempi in cui è crollato il muro di Berlino. Ma addirittura dai tempi di Berlinguer. Il problema è che non esiste più il centro sociale, la crisi ha spazzato via il ceto medio, che si è impoverito, non ha più prospettive e si è radicalizzato. O la sinistra è in grado di formulare una proposta di trasformazione della società che parli anche al ceto medio, oppure la sinistra è costretta a diventare minoranza».
Lei che ruolo avrà in questo futuro?
«Voglio fare il presidente della Regione Toscana fino al 2020: mi diverte e non vorrei passare il testimone a uno di destra, ma possibilmente a uno di sinistra o centro sinistra».
Che pensa del contratto di governo?
«Io credo che il reddito di cittadinanza sia una presa in giro, ce l'ha solo l'Alaska e invece un reddito minimo è ciò verso cui bisogna muoversi».
E sulla scelta di Conte premier? Ci interessa il suo giudizio.
«Io non lo conosco, non saprei esprimere proprio alcun giudizio. Alcuni dicono che dal punto di vista accademico sia persona dotata, ma questo scivolone che ha fatto sul curriculum... Di solito i curriculum sono certificati. Anche io sono stato un mese a Cambridge, ma in vacanza».
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