Salvata dal comandante dei carabinieri

15 Marzo 2019

Era il 2012 quando l’allora capitano Marinelli incontrò la ragazza, convinta anche dalle altre prostitute

MONTESILVANO. Il maggiore Enzo Marinelli nel 2012, anno dei fatti raccontati da Stefania a Mattarella, era il comandante della Compagnia dei carabinieri di Montesilvano con il grado di capitano.
Dai verbali dell’epoca si legge che, durante uno dei numerosi servizi anti prostituzione che l’Arma organizzava lungo la riviera di Montesilvano e nel retropineta, il capitano Marinelli intervenne personalmente per controllare un’auto appartata, dalla quale appunto fece scendere una ragazza che a malapena si reggeva in piedi. Nel buio il comandante non si accorse delle condizioni della ragazza, ma comunque notò che si comportava in modo strano. Portata nella caserma di via Agostinone insieme alle altre donne per il controllo delle generalità, furono le stesse prostitute a invitare il capitano a soccorrere la ragazza. Fu nella sala d’attesa, con la luce piena, che Marinelli si accorse delle condizioni della ragazza. I capelli strappati con la cute del cuoio capelluto visibilmente lesionata, la pelle delle ginocchia tagliate, le ecchimosi, i segni delle cicche delle sigarette spente su spalla e braccia, le ferite sull’addome provocate probabilmente da un oggetto a punta, i lobi delle orecchie tagliate. La ragazza era stata torturata perchè non voleva prostituirsi.
Furono le donne fermate per controlli in caserma a convincere la ragazza a denunciare i suoi aguzzini, e che i carabinieri l’avrebbero aiutata. Convinta dalle altre prostitute e dal comandante dell’Arma, la 17enne venne accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale di Pescara, dove venne ricoverata in prognosi riservata. Furono gli stessi medici a dire al comandante Marinelli che, se non l’avessero operata subito, probabilmente la ragazza sarebbe morta nel giro di poche ore a causa delle gravi lesioni interne. Non appena la ragazza firmò la denuncia e venne sistemata in una casa famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII, la reazione dei militari fu immediata.
Il primo a finire in carcere fu il “controllore”, un albanese che trattava con crudeltà tutte le sue sottoposte che non guadagnavano abbastanza con il loro corpo. A seguire venne arrestata a Venezia la coppia di romeni che controllava l’organizzazione di prostitute provenienti dall’Est, insieme a vari complici e collaboratori. I due vennero poi condannati in primo grado con l’accusa di riduzione in schiavitù. Così un’organizzazione criminale venne smantellata grazie a Stefania e al lavoro dei carabinieri. (l.d.f.)