«Sassi e minacce, vi racconto il mio incubo»

Parla l’ex presidente De Leonardis: nel 1987 situazione simile, tolsi il mio nome dall’elenco telefonico
PESCARA. Per trovare i responsabili del raid a casa Sebastiani, la Digos segue il filone calcistico, non escludendo però altri ambiti. Comunque sia, mai la più alta carica del club biancazzurro era stata colpita in modo così vile. In passato molti ricevettero critiche feroci, ad esempio Panfilo De Leonardis, che ricoprì i ruoli di dirigente, amministratore delegato e presidente del Delfino dal 1977 al 1987, anno in cui cedette le sue quote a Pietro Scibilia.
De Leonardis, che idea si è fatto sulla triste vicenda?
«L’incendio delle macchine ha l’obiettivo di spingere Daniele Sebastiani a lasciare la società. Il malcontento è giustificabile, ma gli atti vandalici non possono essere tollerati. Quando accadono episodi così gravi c’è sempre la regia di qualcuno. Agli investigatori il compito di individuare i colpevoli. Il calcio è un mondo particolare: ti dà e ti toglie tanto, ma soprattutto al suo interno c’è molta invidia».
Ci racconta la sua esperienza?
«In 10 anni ho subìto contestazioni e celebrazioni, chiaramente tutto dipendeva dai risultati. Eppure, sembrerà assurdo, ma il ricordo più brutto riguarda l’anno della promozione in serie A del 1987. Verso la fine del campionato Scibilia ci chiese di rilevare la società con la promessa di investire dieci milioni di euro. E i tifosi, ingolositi da questa prospettiva che poi si rivelò falsa, si schierarono contro di noi spingendoci a farci da parte. I miei soci, Attilio Taraborrelli, Vincenzo Marinelli e Filippo De Cecco decisero presto di lasciare, mentre io rimasi per alcuni mesi. Anche l’ex sindaco, Nevio Piscione, si era schierato contro di noi. In quel periodo accadde di tutto: la mia casa fu oggetto di una violenta sassaiola, ricevetti minacce di morte dai tifosi, mi telefonavano a qualsiasi ora, tant’è che da trent’anni il mio nome non è presente sull’elenco. Mia moglie e i miei figli erano terrorizzati, non ce la facevo più a sopportare un clima così pesante. Alla fine vendetti le quote per quattro soldi. Comunque, Pescara non è questa. Per colpa di venti scalmanati non può essere compromessa l’immagine della città».
Vuole dare un consiglio a Sebastiani?
«Gliene diedi uno quando entrò nel Pescara. Gli dissi: chi te lo fa fare? Al contrario, ora gli suggerisco di resistere perché non è giusto farsi da parte dopo il duro lavoro fatto in questi anni. Sebastiani deve portare a termine la stagione, poi sedersi al tavolo con eventuali acquirenti e vendere alle sue condizioni. Oltre ad aver portato il Pescara in A due volte, ha creato una struttura di buon livello puntando sul settore giovanile e sul potenziamento del centro sportivo. Tuttavia, dico che Daniele dovrebbe essere meno irascibile. A volte restare in silenzio produce effetti positivi. E nel calcio meno gente hai contro meglio è».
Quali sono le cause del crollo della squadra?
«La società e l’allenatore hanno sopravvalutato l'organico. Non me l’aspettavo. Credevo che l’esperienza del 2012, peraltro migliore di quella attuale, potesse aiutarli. E anche il mercato di gennaio è stato sbagliato. Prendere calciatori avanti con l’età significa bruciare soldi che potevano essere utili per allestire la nuova squadra».
Come si rimargina la frattura con la tifoseria?
«Ripartendo con idee chiare e tanta umiltà, tanto solo i risultati portano consensi. Il torneo ’86-87 iniziò con trecento persone all’Adriatico e un allenatore emergente, Giovanni Galeone, che si rifiutava di raggiungere lo stadio con la sua auto per timore delle contestazioni. Alla fine quei trecento diventarono quarantamila per festeggiare il ritorno in A».
Giovanni Tontodonati
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