Savina: la mafia sconfitta dopo la morte di Borsellino

L’ex capo della mobile di Palermo racconta del magistrato e della scorta trucidati «Dopo 28 anni ci insegnano che la legalità va ottenuta anche a costo della vita»
PESCARA. La memoria è un dovere civile? Luigi Savina risponde subito così: «È un dovere che va insegnato alle giovani generazioni esattamente come vanno insegnati i diritti. È fondamentale il dovere della memoria. Noi siamo un Paese che siede ai tavoli dei grandi del mondo ma tutto questo ha avuto un costo umano: il sacrificio di chi ci ha preceduto. Non dobbiamo mai dimenticarlo».
Savina, il teatino ex vice capo della Polizia, era a Pescara il 19 luglio 1992, ventotto anni fa, mentre la mafia uccideva il magistrato Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta in via D’Amelio a Palermo. Quella strage, la seconda in pochi mesi dopo Capaci, lo ha segnato per il resto della vita.
«Nel ‘92 ero capo della squadra mobile di Pescara. Avevo già tremato per Giovanni Falcone, con cui per un breve periodo ho avuto il privilegio di lavorare, e per i ragazzi della sua scorta, in modo particolare per Antonio Montinaro, il capo scorta, che lavorava nella sezione omicidi di Palermo che, tra l’89 e il ‘91, ho diretto da giovane funzionario».
Ma qualche mese dopo la strage di Capaci, da Pescara lei apprende una seconda notizia terribile.
«Sconvolgente. Era la prima volta che Cosa nostra commetteva due stragi a distanza di tempo così ravvicinato. Cosa nostra ha sempre fatto stragi, penso al giudice Rocco Chinnici, ad altri magistrati e poliziotti ammazzati, ma fino a quel momento i mafiosi avevano dosato i tempi per evitare un’eccessiva pubblicità negativa di ritorno. Quasi fossero esperti comunicatori. Nessuno si aspettava che dopo il 23 maggio 1992 arrivasse anche il 19 luglio. Erano passati meno di due mesi da Capaci, quando morirono il giudice Borsellino e cinque straordinari ragazzi della sua scorta».
Era una domenica. Alle 16,58 una Fiat 126 con 90 chili di tritolo telecomandati a distanza, esplose in via Mariano D’Amelio, 21, sotto il palazzo dove abitavano Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino, madre e sorella del magistrato. Perché la mafia ammazzò Borsellino e perché scelse un modo così plateale?
«Sono state fatte tante ricostruzioni. In realtà la risposta è tragicamente semplice: la mafia doveva dare un segnale. Dal carcere dell’Ucciardone sentirono benissimo l’esplosione di via D’Amelio, e brindarono anche per questa seconda strage. Cosa nostra, in quel periodo, aveva dichiarato guerra allo Stato. Così la mafia brindò al successo. Le morti di cinque ragazzi e di Borsellino per loro erano una vittoria».
Quale fu la reazione dei cittadini di Palermo a questa seconda strage plateale?
«Ci fu per la prima volta una risposta ferma e corale. Ricordo che dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, un onesto cittadino commentò: “Qui finisce la speranza dei palermitani onesti”. Ma fu una risposta quasi isolata, di alcune persone per bene, come ce ne sono dappertutto. Dopo Capaci e via D’Amelio invece ci fu la Palermo dei lenzuoli bianchi, che ha detto basta, che ha iniziato a reagire in massa. Era la stessa città che avrei rivisto nel 1996, da capo della squadra mobile di Palermo, quando catturammo importanti latitanti (uno per tutti, Giovanni Brusca, l’assassino di Falcone, ndr). La gente si stringeva ai poliziotti, riconoscendoli come una parte dell’avamposto dello Stato di cui i palermitani erano fieri di appartenere».
Ricordiamo quali latitanti lei ha arrestato nel ‘96?
«No, non ha importanza il ricordo dei latitanti. È invece importante ricordare Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Così come è importante ricordare tutti i servitori dello Stato assassinati da Cosa nostra. La memoria di ciò che accadde 28 anni fa deve andare oltre Paolo Borsellino, nonostante la grandezza dell’uomo, e deve abbracciare tutti i magistrati, i giornalisti, gli imprenditori, le forze dell’ordine caduti per mano mafiosa. Perché questo è il valore della memoria. Ed è per questo che oggi a Palermo c’è un’aria nuova. C’è un “fresco profumo di libertà”, come diceva Paolo Borsellino, grazie al sacrificio estremo di tante persone».
Borsellino poteva essere salvato?
«Sono state fatte tante ricostruzioni. Una delle cose che si disse fu che, se fosse stato ordinato il divieto di parcheggio in via D’Amelio, probabilmente la mafia non avrebbe potuto piazzare l’esplosivo. Ma dopo tanti anni rispondo con animo freddo: Cosa nostra non si poneva limiti. Ha ucciso Giovanni Falcone che viaggiava a 160 chilometri all’ora con la sua scorta in autostrada. Così potevano mettere tutti i divieti possibili, ma non erano sicuramente sufficienti per salvare la vita di Borsellino. Pensi che dopo di lui, quando a Palermo arrivò il dottor Gian Carlo Caselli come il procuratore della repubblica, veniva utilizzato persino un elicottero per gli spostamenti, ma girò voce che Cosa nostra si stava attrezzando con razzi aria-terra per colpire il mezzo che trasportava il magistrato. Soprattutto in quel periodo, la mafia portava sempre a compimento i propri piani criminali».
Le ho fatto questa domanda dopo aver riletto una delle ultime frasi di Borsellino che in maniera chiara disse: «Materialmente mi ucciderà la mafia, ma la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno». La sua morte era già scritta? E da chi?
«Ho grande rispetto per Paolo Borsellino, un magistrato intelligentissimo. Ma queste restano solo ipotesi».
Ancora una domanda, alla quale in parte ha già risposto: qual è l’eredità che Borsellino e Falcone lasciano non solo ai palermitani e ai siciliani ma a tutti gli italiani?
«Ottenere la legalità con ogni strumento, anche se dovesse costare la vita perché la legalità è il valore fondante di una società civile ancor prima della democrazia».
Domani (oggi, ndr) lei sarà a Pescara idealmente con un messaggio per non dimenticare. Ce lo può anticipare?
«Nel mio messaggio che sarà letto a Pescara (vedi l’articolo qui accanto, ndr) ricorderò, come ho fatto in questa intervista, Paolo Borsellino e poi accenderò un faro sugli uomini della sua scorta. Erano ragazzi straordinari perché sapevano che dopo Giovanni Falcone, Borsellino sarebbe stata la persona più esposta, ma andarono avanti lo stesso facendo fino in fondo il proprio lavoro. Ed è questo il senso del dovere da trasmettere ai nostri giovani per renderli più forti e più ricchi dentro come quei cinque eccezionali ragazzi».

