«Sbaglia chi vuol distruggere l’Ue»
Juncker a 25 anni da Maastricht: «Ma serve un modo nuovo di stare insieme»
BRUXELLES. L'Unione europea di tutte le crisi nasceva 25 anni a Maastricht. Il 9 dicembre 1991 erano in 12 attorno al tavolo per la firma del Trattato che ha dato vita all’euro. Un quarto di secolo dopo, di quei 12 solo Jean-Claude Juncker è ancora in sella. Allora festeggiava il compleanno da giovane ministro delle Finanze del piccolo Lussemburgo, ieri che di anni ne ha compiuti 62 l’ha fatto da presidente della Commissione. E lancia l’ennesimo monito: «Quelli che hanno pensato di fare l’Ue a pezzi sbagliano, perché non esisteremo come nazioni singole». Ma nella celebrazione arriva anche la visione dell’olandese Jeroen Dijsselbloem, successore di Juncker alla guida dell’Eurogruppo. Che nel suo discorso ricorda come i problemi e i dubbi di 25 anni fa siano ancora tutti qui. E ne trae una conclusione che non lascia spazio al sogno.
«Il tempo dei grandi salti nell’integrazione europea è finito, l’Europa non è la risposta a tutto, dobbiamo essere molto più critici sulla sua espansione, approfondimento o ampliamento, geografico o politico». Per Dijsselbloem «il progetto europeo è stato molto ambizioso e di successo, siamo riusciti a riunire un Continente diviso e a creare la pace, ma ora l’era post-bellica è finita, dobbiamo ripensare il modo cui pensavamo l’Europa». Stabilità significa «rafforzare quello che abbiamo costruito finora per renderlo meno vulnerabile». Dal canto suo il lussemburghese che guida (sua la definizione) «la Commissione dell’ultima chance», ammette che «dobbiamo inventare un’orbita differente per tutti quei diversi partner» come Gran Bretagna o Turchia che «non si sentono a loro agio» in questa Ue. Ma riafferma che sono la geografia e la demografia a costringere gli europei a stare insieme. «L’Europa è il continente più piccolo, appena 5,5 mln di km quadrati, solo la Russia ne fa 7,5» e ora «conta per il 25% del Pil globale», ma «tra 20 anni nessuno dei Paesi Ue farà più parte del G7» quindi «dobbiamo» avanzare comunque su questa strada. Dalle parole di oggi Juncker lascia trasparire qualche disillusione.
«Quello che mi ricordo più di tutto era la sensazione attorno al tavolo che stavamo aprendo un nuovo capitolo della Storia», e allora «sentii che doveva essere la firma più importante che avrei mai messo», perché «avevamo davvero l’impressione di stare facendo la Storia, non vittime ma attori».

