Schlein: «Con D’Amico per conquistare la Regione e rilanciare l’Abruzzo»

La segretaria del Pd: «La velocizzazione della linea ferroviaria Roma-Pescara è attesa da decenni e il governo adesso ha perso i finanziamenti del Pnrr»
L’obiettivo è la riconquista della Regione alle consultazioni elettorali del 10 marzo. La segretaria nazionale del Partito democratico, Elly Schlein, che oggi farà tappa all’Aquila, mette la firma sul Patto per l’Abruzzo e risponde alle domande del Centro.
Segretaria Schlein, lei arriva in Abruzzo a sostenere Luciano D’Amico, candidato presidente della Regione di Patto per l’Abruzzo, un’alleanza molto ampia che va dal M5S a Italia Viva. Pensa che sia un progetto replicabile a livello nazionale?
«Chiaramente ogni territorio ha diversità nei suoi percorsi, ha le sue esigenze. Sarebbe miope esportare l’esperienza da un livello all’altro. Il metodo utilizzato in Abruzzo è sicuramente capace di mettere insieme un progetto per il futuro della regione. Ci sono forze diverse attorno a una candidatura credibile, capace, competente come quella del professor D’Amico. Sono molto felice di appoggiare una personalità civica con un profilo di grande competenza, già conosciuto per il suo lavoro di rettore e professore. Voglio ringraziare il Pd abruzzese, componente decisiva nel lavoro di costruzione attorno a un lavoro comune. Riuscire a mettere in campo un progetto credibile sulle priorità e individuare una figura civica di alto profilo che rappresenti la coalizione e le proposte è importante. Può sembrare scontato che il confronto che ha portato a questa scelta si sia svolto sui temi e le priorità che interessano gli abruzzesi, ma non è così, in una regione che Fratelli d’Italia considera di proprietà con un presidente imposto da Roma».
L’Abruzzo è alle prese con l’esigenza di contrastare la crisi del lavoro e rilanciare l’attività di un gran numero di aziende, soprattutto piccole, alle prese con una tassazione eccessiva e con la mancanza di credito da parte delle banche. Il tutto con la doppia crisi del Covid e delle due guerre. Come se ne esce?
«Avendo un’idea e una visione del futuro del paese rispetto a un governo che ha messo su una manovra criticata da tutti: imprese, Confindustria e sindacati. Governano da un anno e non abbiamo visto uno straccio di progetto industriale: il digitale, la conversione ecologica. Abbiamo tutte le carte in regola per essere alla guida delle trasformazioni nel mondo del lavoro, ma servono risorse, bisogna rendere attrattivi gli investimenti, le politiche pubbliche devono accompagnare le imprese piccole e medie che sono il cuore vivo e pulsante dell’economia. Le grandi aziende stanno già investendo, le piccole hanno bisogno di politiche pubbliche che le accompagnino in questa direzione. Noi abbiamo proposto nella manovra alternativa del Pd un incentivo a mettere pannelli solari sulle strutture aziendali, per investire sull’energia pulita e rinnovabile. Così si riducono sia le bollette alle imprese che le emissioni. La questione cruciale è che il lavoro ci sia, ma che sia un lavoro di qualità».
Sulle infrastrutture, a partire dal raddoppio della ferrovia Pescara-Roma, si è registrato uno scontro sulle modalità di acquisizione dei fondi. Come dovrebbe muoversi il governo?
«Non dovrebbe muoversi come ha fatto. Il governo, dopo aver creato incertezze sull’attuazione del Pnrr, ha presentato modifiche: 16 miliardi di euro tagliati agli enti locali, che stavano spendendo bene. La velocizzazione della ferrovia Roma-Pescara è attesa da decenni ed è strategica per un’area più ampia delle due regioni: vale mezzo miliardo di euro. Stupisce che chi guida la Regione non abbia alzato la voce. Il governo si limita a dire che saranno investite altre risorse, ma non tutti i fondi sono compatibili, mentre i Comuni avevano già fatto partire i lavori, le gare: ciò mette a rischio non solo l’Abruzzo, ma in un’ottica integrata anche il resto del Paese. Ne va della credibilità internazionale dell’Italia. Io dico: fatevi aiutare, noi tifiamo Italia, vogliamo risorse e c’è bisogno di una mossa diversa».
Nonostante l’impoverimento della classe media, causata da stipendi bassi e scarso potere d’acquisto per le famiglie, il Pd fa fatica a conquistare il consenso di quello che era il serbatoio naturale del partito. Si può invertire la tendenza? E come? Può essere il salario minimo una risposta alla crisi economica?
«La verità è che la nostra proposta unitaria contrasta i contratti pirata e quindi la concorrenza sleale, per molte piccole imprese che rispettano le regole di fronte ad aziende che stanno sul mercato solo per lo sfruttamento della manodopera. Ecco perché sotto i 9 euro è sfruttamento e non lavoro. Se solo Giorgia Meloni non voltasse le spalle a 3,5 milioni di lavoratori poveri! Si possono tenere insieme nuove opportunità di buone imprese e lavoro di qualità, attraverso la conversione ecologica e la digitalizzazione. Riuscire con nuove tecnologie a ridurre i rifiuti e a reimmettere le materie prime nei circuiti produttivi è un valore. Ci sono politiche concrete da portare avanti. Per l’automotive dell’Abruzzo, per esempio, non ci salviamo se in Europa facciamo una battaglia di retroguardia e spostiamo in avanti gli obiettivi, ma se dirottiamo più risorse e fondi comuni europei per riprofessionalizzare lavoratori e lavoratrici».
La fine del mercato tutelato che impatto avrà sulle famiglie?
«Un impatto durissimo, una tassa Meloni sulle bollette, con almeno 5 milioni di famiglie che si vedranno aumentare i costi in bolletta mentre fronteggiano carovita, bassi salari e caro benzina. È una ingiustizia che il governo tenga più agli interessi delle grandi società dell’energia che ai cittadini. Abbiamo chiesto una proroga di un anno al mercato tutelato, una parte della maggioranza è d’accordo. Chiediamo che la votino».
Il tema del femminicidio necessita di una convergenza che vada al di là dell’appartenenza partitica. Da più parti si è registrato un appello a un’intesa tra lei e Giorgia Meloni su questo tema. Ci sono passi in avanti?
«Sì, io sin da questa estate, davanti ai casi di stupro di Caivano e Palermo mi sono rivolta alla Meloni per dire: almeno su questo proviamo a far fare un salto avanti al Paese. Sulla repressione abbiamo già lavorato insieme con una legge che aumenta il contrasto, ma la repressione non basta se non c’è un grande investimento sulla prevenzione. Su diversi terreni: la formazione di operatrici e operatori nelle forze dell’ordine e nell’autorità giudiziaria per evitare che una donna che denuncia non venga presa sul serio».
L’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, sostiene che «con la violenza sulle donne non si può essere superficiali: nessuna denuncia deve essere sottovalutata».
«È importante che vi sia un’assunzione di responsabilità. Bisogna mettere risorse su questo. Sto insistendo sull’approvazione di una norma che renda obbligatoria una legge sull’affettività, coinvolgendo anche le competenze dei centri antiviolenza per costruire percorsi educativi efficaci ed evitare che nelle nuove generazioni si radichi la cultura del possesso sul corpo delle donne. Colpisce l’età dei ragazzi autori di violenza. Infine, l’emancipazione economica delle donne. Chi subisce violenza deve avere risorse per essere indipendente. Va rafforzato il reddito di libertà. Le donne devono avere la scelta di allontanarsi dall’aggressore. Rafforzare il salario minimo serve anche all’emancipazione delle donne».
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