Schwazer e doping C’è Marchese dietro il ricorso decisivo

L’atleta sospeso si affida all’avvocato pescarese e si gioca l’ultima carta per andare alle Olimpiadi di Rio
PESCARA. Se Alex Schwazer andrà alle Olimpiadi di Rio e gareggerà nella 50 chilometri di marcia contro gli avversari (e contro tutti gli altri fantasmi), il merito sarà anche di Tommaso Marchese. L’avvocato pescarese, 55 anni, fa parte del collegio difensivo dell’atleta altoatesino e c’è proprio lui dietro il ricorso decisivo. Schwazer, 31 anni, caduto nella trappola del doping dopo le Olimpiadi di Londra del 2012 quando confessò tra le lacrime di aver usato l’Epo, ha trovato la forza per riprovarci e dimostrare che può vincere anche senza scorciatoie: per questo ha scelto un simbolo italiano dell’antidoping, l’allenatore Sandro Donati. Ma ora, dopo una sequenza di analisi negative, si ritrova di nuovo al centro di un caso internazionale. Tra steroidi spuntati 6 mesi dopo i prelievi, presunti complotti che tirano in mezzo anche i «russi» e probabili vendette incrociate contro il suo allenatore. È una storia intricata quella che Marchese deve districare partendo dai verbali. E se Schwazer ha scelto proprio l’avvocato pescarese, originario di Popoli, un motivo c’è: prima di lui si sono rivolti a Marchese, uno che per 6 anni ha fatto parte della commissione ministeriale Antidoping, anche l’ex del Barcellona Pep Guardiola e l’olimpionico abruzzese della maratona Alberico Di Cecco. Sia Guardiola che Di Cecco sono stati poi assolti dalle accuse di doping con la formula del «fatto non sussiste». Così, con lo stop della Iaaf, la Federazione internazionale di atletica, Schwazer ha pensato di affiancare al suo storico legale, Gerhard Brandstatter, proprio Marchese, uno abile a muoversi anche nei rivoli della giustizia sportiva. Stavolta, la sfida dell’avvocato che ama la corsa è ancora più difficile perché Schwazer si trova a difendersi non solo dai risultati scientifici ma anche da intrighi.
Lunedì prossimo si saprà se il Tas di Losanna, sulla base di un ricorso già presentato, concederà al marciatore un visto per andare alle Olimpiadi: un provvedimento che potrebbe bloccare la sospensione dell’atleta decisa l’8 luglio scorso. Schwazer, ormai pronto per giocarsi tutto alle Olimpiadi, è stato messo fuori gioco da una positività agli steroidi che, finora, sembra avere più ombre che certezze scientifiche: le analisi sui campioni di urina, prelevati a sorpresa alle 6 del mattino del 1° gennaio scorso, hanno dato risultati negativi, diventati positivi più di 6 mesi dopo. È in questo periodo che, per la difesa dell’atleta, si addensano i dubbi: secondo i documenti portati al Tribunale nazionale antidoping e al Tas di Losanna, dalle 8,35 del 1° gennaio fino alle 15, la provetta con le urina del marciatore sarebbe stata tenuta nell’auto del prelevatore, poi fino alle 6 del mattino successivo nell’ufficio della stessa persona per arrivare nel pomeriggio nei laboratori della Iaff a Colonia. La positività del marciatore è spuntata a un secondo controllo, solo il 21 giugno scorso, ed è stata confermata dalle controanalisi del 5 luglio. Ma, per la difesa, quella provetta è un mistero: è stato chiesto l’esame del dna e, ieri, l’allenatore Donati è stato ascoltato in commissione Antimafia per parlare di presunte minacce ricevute.
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