Sciolé, il Serpico di Pescara

8 Aprile 2018

Aneddoti e ricordi del sostituto commissario che martedì sarà premiato alla Festa della polizia

PESCARA. «Ho ritrovato i mobili della mia camera da letto tre anni dopo che me li avevano rubati nella casa in campagna, dove li avevo portati durante dei lavori di ristrutturazione. Li ho ritrovati durante una perquisizione dagli zingari, in zona ospedale. Me la ricordo ancora l’emozione di pensare che la potevo riportare a mia moglie. Fu talmente grande che mentre mi buttai a svuotare l’armadio di tutti i vestiti, lo zingaro cominciò a protestare. Quando gli spiegai, quel momento drammatico divenne comico, scoppiarono tutti a ridere. Gli zingari, l’avvocato Lamberto Croce, gli altri. Mi chiamarono perfino per partecipare alla trasmissione di Raffaella Carrà, “Carramba che fortuna!”».
Nicolino Sciolé parla al telefono da una missione in giro per l’Italia. Padre di tre figli e già nonno di due nipoti (Nicola e Asia), a 57 anni (58 a ottobre) il sostituto commissario entrato in polizia quando di anni ne aveva 19 è la memoria storica della squadra Mobile di Pescara dove arrivò nel 1986, quando il capo era Roberto Cosentino. Oggi che tra i dirigenti della Mobile c’è il figlio di Cosentino, Dante, Nicolino Sciolé è ancora al suo posto. Memoria storica, ma anche punto di riferimento per i colleghi di tutta Italia e non solo. Cavaliere della Repubblica per onore al merito all’età di 44 anni, è esperto dei luoghi del sud dell’Albania dove il ministero l’ha inviato nel 2016 come esploratore e dove già nel 2000, per un anno, ha addestrato i poliziotti albanesi all’avvistamento dei gommoni in partenza dal porto di Valona. Lo chiamò il suo ex capo alla Mobile Luigi Savina, oggi vice capo della polizia, con cui Sciolé non ha mai interrotto i contatti professionali e personali. Con due attestati della Dea statunitense, dopo un corso specifico e test psico-attitidinali, Sciolé ha acquisito le abilità e la formazione per lavorare sotto copertura e infiltrarsi tra trafficanti e spacciatori di droga. «Ho imparato a ragionare come loro, ad avere a che fare con loro. Non mi hanno mai scoperto. Adesso che sto a due anni dalla pensione lo posso dire».
Mai avuto paura?
C’è sempre una paura calcolata. Se non ci fosse sarebbe incoscienza.
Martedì si celebra la festa della Polizia e lei è tra i premiati. Perché ha scelto di fare il poliziotto?
Per senso delle istituzioni. A 15 anni già volevo partire in Marina come volontario. Ma mio padre che faceva il camionista e a casa non c’era quasi mai, non mi fece andare, ero il primo di quattro figli maschi. Mi sono arruolato in polizia appena compiuto 18 anni. Iniziai il primo maggio del 1979, ero già fidanzato con Lina, mia moglie. Stiamo insieme da 40 anni, è lei il motore di tutto.
Fino a 18 anni che ha fatto?
Il macellaio. Ho iniziato dopo la terza media, non ho voluto continuare gli studi. È il mio rimpianto. Per questo ho quasi obbligato i miei figli Manuel, Ilaria e Gaia a studiare. E oggi Manuel è avvocato.
Ci racconti gli inizi.
Dopo il corso ad Alessandria e quattro mesi di specializzazione a Torino in piena epoca Brigate rosse, ebbi la prima assegnazione a Bologna, reparto Celere. Iniziai l’11 marzo del 1980 con la manifestazione per il primo anniversario della morte di Lorusso. Poi il 2 agosto, la strage di Bologna. C’ero.
Che cosa ricorda?
La nostra caserma si trovava 300 metri dalla stazione, andammo di corsa, a piedi. Fu un impatto pazzesco.
Qual è la prima immagine che le viene in mente?
Un collega della Polfer, che camminava sotto choc, gli era esplosa la pistola che portava al fianco. E poi le urla, i morti sotto le macerie. Dopo passai alla Digos, mi chiamarono all’Antiterrorismo facevo la scorta proprio ai magistrati che indagavano su quella strage. Il dottor Gentile, il dottor Zincani, l’allora procuratore capo Guido Marino.
È pescarese. Quando è tornato a Pescara?
Nel 1986. Prima alle Volanti e poi dopo due mesi il dottor Roberto Cosentino mi portò alla Mobile. E ci sto ancora. Sono il più anziano. Sempre all’Antidroga tranne brevi periodi all’Antirapine e alla Omicidi.
Allora conosce bene la strada. Come si fa a rimanerci tanto a lungo?
Passione e lealtà. Con chiunque. Anche con i personaggi della criminalità, ho sempre cercato di rispettare la parola data. Me l’ha insegnato proprio Roberto Cosentino.
Che vuol dire?
Che non ho mai promesso cose ingannando o tradendo.
E che cosa le ha insegnato la strada?
Il rispetto. Non sappiamo mai per quale ragione uno ha fatto una scelta sbagliata. Molte volte ti ci portano i casi della vita, a parte le famiglie dove la malavita va di padre in figlio.
Com’è cambiata la criminalità pescarese?
Quando sono arrivato all’Antidroga lo spacciatore pescarese andava a San Severo a comprare 4, 5, grammi di eroina. Poi rientrava in treno o in macchina, la tagliava e ci faceva 20-30 dosi da rivendere. Oggi Pescara è diventata la San Severo di 30 anni fa. È qui che vengono a prendere la droga anche da fuori. Però prima c’era una delinquenza più malavitosa, uno spessore criminale maggiore. C’erano omicidi e lotte tra bande rivali, batterie di rapinatori importanti. La droga ha cambiato lo stile della criminalità.
La città è più o meno sicura di allora?
Pescara forse è più sicura oggi che 30 anni fa. È l’uso della cocaina la sera che mette in allarme un po’ tutti.
Ce n’è tanta?
Ne corre parecchia, usata a tutti i livelli e anche dai giovanissimi. È questa la causa della violenza dei fine settimana. Ma Pescara resta una città a misura d’uomo come poche altre in Italia. C’è una prevenzione pazzesca da parte delle forze di polizia.
C’è qualche cosa di cui si pente, come poliziotto?
Quando sei costretto a fare delle irruzioni e ti trovi ad arrestare i genitori davanti ai figli, ai bambini piccoli. Ti vedono come il male, perché per un figlio il genitore è sempre il genitore, non gli interessa se è buono o cattivo.
Qualcuno di quei bambini poi li ha ritrovati grandi, li ha arrestati?
Tanti. Conosco tutta la storia di certe famiglie. Dalle nonne ai nipoti spacciano tutti, intere famiglie che hanno vissuto solo con la droga perché è l’unico mezzo per rifare immediatamente i soldi e pagare gli avvocati. Una volta al Ferro di cavallo (il caseggiato di via Tavo ndr) era tutto concentrato al civico 175. In quella palazzina si spacciava in tutti gli appartamenti, e per questo tutti avevano la porta blindata. Sì, qualcuno di quei bambini si è salvato. E qualcuno non ha fatto in tempo, perché è morto prima. Negli anni Novanta ci furono tante morti per overdose. Colpa dell’eroina che aveva l’80 per cento di principi attivi, era molto concentrata.
C’è qualcuno che le è rimasto nel cuore?
Ce ne sono parecchi, soprattutto i ragazzi che ho visto morire per droga. Ce li ho tutti nel cuore, perché ho figli, ho fratelli più giovani. Mi sono sempre immedesimato. Ho perso mio fratello Alessandro che aveva 38 anni, nel 2004. Capisco il dolore che prova una famiglia quando c’è una perdita, indipendentemente dal motivo.
Dei tanti capi che ha avuto ha nominato Cosentino e poi, a chi è rimasto più legato?
Luigi Savina, attuale vice capo della Polizia, padrino di mio nipote Nicola; De Simone, questore di Teramo, Della Cioppa questore di Foggia, Zupo che sta al Ministero, Di Teodoro questore a Lodi, e poi Di Frischia anche lui questore, Marraffa. E per ultimo Muriana, appena promosso, un grande funzionario.
Tra due anni andrà in pensione. Che effetto le fa?
Mi dispiacerà, lavoro ancora divertendomi. E va a finire che chiuderò come ho iniziato. Con Cosentino, Cosentino figlio. Ma sono orgoglioso di una cosa, in cui credo fermamente, e che ho letto sul libro di Caponnetto, e mi sono fatto tatuare: “Quello che tu puoi fare è solo una goccia nell’oceano, ma è ciò che dà significato alla tua vita”.
Ci dica un’ultima cosa, per la storia dei mobili, c’è andato alla trasmissione della Carrà?
No, rifiutai. Ma misero l’episodio tra le domande “vero o falso” della trasmissione. Si vincevano cinque milioni di lire. Io pensai solo a recuperare i mobili, dopo aver fatto formale richiesta di dissequestro dimostrando con le foto del mio matrimonio che quei mobili in barocco veneziano erano proprio miei e di mia moglie Lina.
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