Sclocco, dall’Abruzzo, dice no al decreto Pillon sull’affido

25 Novembre 2018

PESCARA. Non è un gesto simbolo quello che Marinella Sclocco (nella foto) ha deciso di fare. L’assessore regionale ha inviato una lettera al Parlamento affinché venga ritirato il decreto Pillon sull’a...

PESCARA. Non è un gesto simbolo quello che Marinella Sclocco (nella foto) ha deciso di fare. L’assessore regionale ha inviato una lettera al Parlamento affinché venga ritirato il decreto Pillon sull’affido familiare. «A nome delle donne, dei bambini, dell’uguaglianza e dell’autodeterminazione delle persone, vi scrivo affinché il decreto Pillon sia ritirato con effetto immediato», scrive Sclocco.
«Invio questa richiesta con grande convinzione personale, dopo aver chiesto il sostegno degli assessori al sociale del nostro territorio e di molte donne impegnate nelle attività istituzionali, nelle imprese, a casa, come madri, mogli, lavoratrici e cittadine».
«La famiglia è per natura una dimensione complessa di legami, fatta di persone che non stanno insieme solo per motivi legali ma anche per l’affetto e la volontà di esserci per l’altro. Non possono essere messe all’angolo da motivazioni economiche o barriere amministrative immotivate: le famiglie vanno ascoltate, tutelate, aiutate e per questo siamo fermamente convinti che un decreto non debba avere seguito contenendo, nei suoi 24 articoli e nei relativi commi, insidie considerevoli per i diritti delle famiglie in generale e per quelli dei bambini e delle madri in particolare».
Il ritiro viene motivato in sei punti. I principali: «Il ddl è errato nelle premesse perché vuole modificare l’attuale legge sull’affido ritenendola un fallimento in Italia, prendendo come parametro per i risultati Paesi come Belgio, Quebec e Svezia, dove l’affido condiviso supera il 30% (in Italia si attesterebbe appena all’3-4%), ma questo paragone non regge affatto in quanto, rispetto all’Italia, le nazioni citate hanno un maggior livello di parità di genere».
E poi: «Il ddl è errato perché non garantisce l’autodeterminazione delle donne. Le scoraggia a separarsi, in particolare quelle con minori disponibilità economiche prevedendo l’abolizione dell’assegno di mantenimento al coniuge e inoltre imponendo l’obbligatorietà della mediazione familiare (percorso a pagamento), l’obbligo per il coniuge che abbia l’assegnazione della casa coniugale di corrispondere un canone d’affitto all’altro coniuge, rendendo particolarmente gravosa da un punto di vista economico, e quindi svantaggiosa, una causa di separazione».
E ancora: «Il ddl è errato perché non tutela la necessità psicologica delle vittime di violenza di restare e “reagire” da sole: la mediazione familiare obbligatoria infatti è vietata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia il 19 giugno 2013, in quanto la violenza domestica non è un conflitto tra i coniugi risolvibile con una mediazione, ma violenza di genere. Le donne vittime di violenza non dichiarata/confessata si troverebbero con questo decreto ad essere costrette a mediare con il proprio carnefice: un paradosso inaccettabile».
E infine: «Il ddl è errato e non efficace negli obiettivi», scrive Sclocco, «perché non pensa al bene dei figli e delle donne». (c.s.)