Scoperto il racket del cocco «Comanda il clan di Napoli»

In 4 sotto accusa per le minacce a un ambulante con una regolare autorizzazione: «Questo è il nostro territorio. Se non la smetti di vendere, per te saranno guai»
CHIETI. «Questo è il nostro territorio, tu non puoi fare niente. La vendita, nel tratto di spiaggia tra Francavilla e Pescara, è gestita da un clan di Napoli. Se non la smetti, per te saranno guai». Il clan del “cocco bello” non tollera ingerenze. E intimidisce con frasi di questo tenore chi, con regolari autorizzazioni, prova a esercitare il commercio ambulante di prodotti alimentari sulla riviera. A svelarlo, per la prima volta in Abruzzo, è un’inchiesta della procura della Repubblica di Chieti, arrivata a una svolta di recente: il pubblico ministero Lucia Anna Campo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro napoletani, accusati di concorso in tentata estorsione per episodi avvenuti tra il 2 giugno e il 4 luglio 2022.
IL RACKET
È l’ennesima dimostrazione – secondo gli investigatori – che, dietro la vendita del frutto esotico e di altri cibi, lungo le spiagge dell’intera penisola, si nasconde un business che fa gola alla criminalità, impegnata a rastrellare vagonate di migliaia di euro. Quanto all’indagine teatina, nel capo di imputazione non è contestata l’aggravante mafiosa. Ma gli inquirenti sostengono che gli imputati, pur di arrivare al loro scopo, hanno richiamato in modo tutt’altro che velato la presenza di un clan partenopeo che gestisce il racket del cocco.
I NOMI
Il caso arriverà mercoledì prossimo in tribunale a Chieti, davanti al giudice Andrea Di Berardino, per l’udienza preliminare. A rischiare di finire sotto processo sono Antonio e Vincenzo Sola, 42 e 39 anni, Nunzia Solla (42) e Antonio Mango (45), tutti appartenenti allo stesso nucleo familiare con base a Montesilvano e difesi dall’avvocato Anthony Hernest Aliano (ad esclusione del primo, gli altri sono formalmente residenti a Casoria). A denunciarli è stato un uomo di 34 anni, anche lui nativo di Napoli, che vive da tempo a Pescara: assistito dall’avvocato Roberto Serino, ora potrà costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento dei danni.
IL RITRATTO
La famiglia Sola è molto conosciuta tra Pescara e Montesilvano. «Sono due città che amo come la mia terra d’origine», raccontava Antonio, un paio di anni fa al Centro, nell’ambito di un servizio giornalistico sugli ambulanti che lavorano quotidianamente in spiaggia. “Cocco bello” di terza generazione, aveva aggiunto: «Dopo il Covid abbiamo lavorato benissimo, oggi c’è un lieve calo, ma si va avanti. Alla fine la frutta si vende sempre. Mi alzo all’alba per lavarla, la taglio a pezzetti e poi vado in giro fino al tramonto». Nel 2017, lo stesso Antonio aveva polemizzato con il Comune di Montesilvano per la decisione di vietare l’attività dei venditori ambulanti sul lungomare come forma di contrasto al commercio abusivo e alla contraffazione. «Peccato che a farne le spese», erano state le sue parole, «siamo noi commercianti in regola. Lavoro sulla spiaggia da quando ho 8 anni e, ormai, mi conoscono tutti a Montesilvano. Ho iniziato vendendo il cocco con un secchio, poi ho capito che rispettare le regole era importante, così ho fatto tutto quello che mi veniva richiesto: libretto sanitario, Durc, scontrini ai clienti e ho comprato un carrello da 20.000 euro con le celle frigorifere necessarie al corretto mantenimento degli alimenti. E adesso che sono perfettamente in regola non mi danno la possibilità di lavorare». Ma torniamo all’inchiesta della procura di Chieti.
LE ACCUSE
Le minacce e le violenze, stando a quanto ricostruito dal pubblico ministero, sono iniziate dopo il 31 maggio 2022, ovvero la data in cui la vittima ha ottenuto dal Comune di Francavilla al Mare la licenza per vendere in spiaggia. Nello specifico, l’ambulante di origini partenopee, per tutta la stagione, poteva percorrere in lungo e in largo la riviera con il suo carrello a quattro ruote per proporre ai bagnanti cocco e ciambelle farcite con Nutella o pistacchio.
LE INTIMIDAZIONI
La prima intimidazione è arrivata appena due giorni dopo aver conseguito la licenza da parte del municipio. «In concorso tra loro», riassume il magistrato, gli imputati hanno detto al trentaquattrenne che «non poteva vendere gli stessi prodotti che stavano commerciando loro». Antonio Sola ha rimarcato che quella «attività era regolamentata da un clan di Napoli e che lui non era stato autorizzato da loro». E qui le minacce si sono fatte ancora più esplicite, perché l’imputato ha aggiunto che, «se lui non avesse desistito, avrebbero fatto salire una macchina da Napoli e sarebbero stati guai». Nunzia Solla ha aggiunto: «Questo è il nostro territorio, perché stiamo qui da tanti anni». In quegli stessi istanti, Vincenzo Solla ha afferrato il carrello della vittima cercando di buttarlo in mare. Poi, tutti e quattro – tanto per non essere fraintesi – hanno ribadito l’esistenza di un gruppo criminale che controllava tutto e che loro erano i soli a dover gestire quel tratto di spiaggia. Le stesse minacce sono state ribadite, dopo poco più di mese, dai Sola.
LA RICHIESTA DI PROCESSO
«Gli imputati», tira le somme la procura, «compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a procurarsi un ingiusto profitto con altrui danno, volendo costringere la vittima a non esercitare più l’attiva commerciale, non riuscendo nello scopo per cause indipendenti dalla loro volontà». Il pm ha deciso di esercitare l’azione penale sulla base delle denunce, delle registrazioni e dei filmati consegnati dalla vittima. L’ombra dei clan si allunga sulle spiagge d’Abruzzo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

