Sculture dure a morire a Firenze Esposizione underground

di MARINA MANDER Anche le sculture muoiono eppure vivificano la città. La città in questione è Firenze e l'esibizione è in corso al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina. Resterà aperta fino al...
di MARINA MANDER
Anche le sculture muoiono eppure vivificano la città. La città in questione è Firenze e l'esibizione è in corso al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina. Resterà aperta fino al 25 luglio (da martedì a domenica 10-20, giovedì 10-23; lunedì chiuso) nello spazio underground nel vero senso della parola: sono i sotterranei di Palazzo Strozzi che fanno affiorare il nuovo dal sottosuolo, in un'inversione stratigrafica che è anche coraggiosa inversione di tendenza.
In una città gioiello dove il passato intimidisce il presente, dove i turisti affollano gli Uffizi, Palazzo Pitti e l'Accademia ed è per le grandi mostre e la grande storia dell'arte che intraprendono il viaggio, è interessante scoprire uno spazio diverso, capace di dialogare con gli illustri antenati ma con un linguaggio proprio, che dice anche dell'oggi e induce a meditare su quanto l'attività presente possa influenzare le relazioni tra passato e futuro contribuendo allo "svecchiamento" delle proposte e degli sguardi.
La mostra, curata da Lorenzo Benedetti, dialoga idealmente con l'esibizione di Palazzo Strozzi "Potere e Pathos - Bronzi del mondo ellenistico”. Al piano nobile imponenti esempi di sculture dell'arte classica tra il IV e i I secolo a.C., nei sotterranei tredici artisti italiani e internazionali che riscoprono e re-interpretano materiali come il bronzo, la pietra o la ceramica interrogandosi sul concetto di tempo, di frammento, corruttibilità e valore. La scultura come "monumento" muore ma rinasce in forme ibride, minimali, problematiche.
È commovente, e non a caso si intitola "Clessidra", l'opera di Giorgio Andreotta Calò: calchi in bronzo dei pali di legno usati per ormeggiare le barche nella laguna di Venezia, erosi dalle maree e dal traffico marittimo che un giorno potranno collassare, scultura non più eterna, testimonianza forte, eppure precaria. Firenze, Venezia e forse anche Trieste, città gloriose eppure fragili.
È questo l'antropocene, l'era geologica trasformata dalla presenza dell'uomo: sono anche nostre le ossa adagiate sul tavolo da ping pong di Francisco Tropa, reperti in bronzo dipinto, scultura apparentemente fossile di uno scheletro, in bilico tra arte e natura.
Anche nello spazio transitorio creato da Mark Manders, quasi uno studio d'artista disseminato di opere in fieri, il bronzo è dissimulato, dipinto d'argilla, materiale forte che invece rivela caducità.
Ma il titolo della mostra, che riprende l'omonimo documentario di Chris Markers e Alain Resnais del '53, esprime il suo senso in una specie di cortocircuito nel video di Fernando Sanchez Castillo "Rich cat dies of Hearth Attack in Chicago", un'opera potente e ironica volta a demistificare l'uso della scultura come rappresentazione del potere.
Un materiale duro a morire così come certe ideologie: sembrano vani i tentativi di distruggere la faccia di bronzo di un dittatore, presa a mazzate, inseguita dai cani, lapidata, colpita da pallottole e da molotov, gettata da un dirupo in un crescendo assurdo, mille volte dileggiata e mille volte capace di riafforare. Si tratta dello stesso potere violento e iconoclasta che oggi si accanisce su opere millenarie? E lui che riaffora e. non vuole morire?
In questo cantiere costellato di opere ognuna delle quali pare interrogarsi sulla propria forza e vulnerabilità si respira una dimensione dinamica: le copie di teste classiche in poliuretano, a strisce pop e le riproduzioni 3D di alcune statue ellenistiche dell'austriaco Oliver Laric suggeriscono una riflessione sul ruolo della tecnologia.
L'installazione di Nina Beier, composta da una serie di statue di bronzo adagiate su tappeti persiani e banconote, nel suo comporsi ready-made parla del mutare del valore dell'arte. Gli oggetti di consumo di Michael Smith cercano nello spazio una nuova dimensione temporale, i libri materici di Michael Dean cercano un nuovo linguaggio che racconti il presente. Sospesi tra sedimentazione e erosione ci si chiede cosa sia il nostro tempo, sovraccarico di dati digitali ma a volte povero di memoria. Il nostro tempo, l'unico in cui, in ogni caso, è davvero possibile realizzare e non solo interpretare o documentare ciò che è stato, oppure speculare sul domani.
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