«Seimila km a piedi per essere felice»

28 Luglio 2016

Najibullah viene dall’Afghanistan e a Penne fa il volontario all’Oasi. Mattarella: «Ottimo esempio di integrazione»

PENNE. Ha camminato per tre mesi a piedi, lasciando la sua famiglia e il suo Afghanistan, in cerca di un futuro migliore. Circa 6000 chilometri percorsi con la speranza di scappare definitivamente dalla condanna a morte decisa per lui dai talebani. Dopo essere stato perseguitato per anni, e aver fotografato gli autori di un attentato, ha dovuto lasciare sua moglie e i suoi 4 bambini, 3 maschi e una femminuccia che è nata quando era già in Italia e che perciò non ha mai potuto abbracciare. Ha attraversato stati e montagne, dormito in caverne e camminato di notte. Ha visto compagni di viaggio morire, altri abbandonati per strada perché malati. Lui ha resistito e alla fine è riuscito a salvarsi.

Il protagonista di questa storia è il 27enne Khatir Najibullah, nato Yousuf Khail in Afghanistan il 6 giugno del 1989, e dal dicembre del 2015 ospite rifugiato della struttura di accoglienza del Lapiss a Penne, all’interno dell’Oasi gestita dal coop Cogecstre. Khatir Najibullah l’altro ieri ha addirittura incontrato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della ricorrenza dei 50 anni dalla fondazione del Wwf Italia, che si è complimentato per l’ottimo percorso di integrazione intrapreso a Penne. Da qualche tempo il ragazzo, che parla cinque lingue e sta cercando di migliorare velocemente il suo italiano, ha iniziato a lavorare come volontario nell’Oasi del WWF per conto della Cogecstre. Chi lo ha conosciuto in questi mesi lo descrive come una persona incredibilmente colta e con uno spiccato senso dell’ironia. «Ho camminato per 3 mesi attraversando tanti Paesi – Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria – e infine sono arrivato in Italia, a Trieste», racconta Najibullah. «Durante il tragitto molti dei miei compagni di viaggio sono morti: alcuni sono caduti dalle montagne sul confine tra Iran e Turchia che i trafficanti di uomini ci costringevano ad attraversare di notte. Altri sono morti di stenti o uccisi perché non erano più in grado di camminare. Durante il viaggio», ricorda ancora l’emigrante, «ho provato tante emozioni, ma è stata costante e forte la paura di morire. Nonostante la grande stanchezza e il dolore fisico cercavo di mantenere la lucidità per stare attento a tutti i pericoli di un viaggio così lungo e penoso. Quando sono arrivato in Italia ero molto felice nonostante che i miei piedi fossero così gonfi e doloranti che dal mio solito numero 41 ho dovuto calzare il 43 di scarpe».

Dopo essere giunto a Trieste, il 9 dicembre dello scorso anno è arrivato a Penne nel centro del Lapiss e del capoluogo vestino non può non avere solo che pensieri positivi. «In Afghanistan non potevo pensare al futuro, non avevo la certezza di essere vivo il giorno dopo. A Penne, e grazie agli italiani, ho iniziato a pensare che il futuro era possibile e che avrei potuto progettarlo. Quando sono arrivato nel centro del Lapiss ero eccitato, ho trovato tutto ciò di cui avevo bisogno: pasti buoni e regolari, un posto dove poter finalmente dormire, vestiti, assistenza ma soprattutto tanto amore. E’ qui che ho finalmente pensato e detto a me stesso: “Najibullah la tua vita è salva”».

A Penne non ha mai avuto sensazioni di essere discriminato o trattato diversamente. «Non ho mai avvertito ostilità camminando per strada e incontrando gli italiani. Ho sempre rispettato le regole e i modi del Paese che mi ha accolto ed ho sempre pensato nella mia vita che se si è corretti e si fa del bene si riceve il bene, se si fa del male si riceve il male». Nel corso dell’incontro con il presidente Mattarella, Khatir ha voluto esprimere il proprio sincero ringraziamento all'Italia intera per la qualità dell’accoglienza e per l'aiuto che gli è stato offerto. Insomma, si scrive Khatir Najibullah ma si legge “Esempio”.

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