Sentenza choc sul terremoto «Inopportuno commentare»

La città ancora scossa dal verdetto del giudice Croci che dà la colpa anche alle vittime Ordinaria giornata di udienze a Palazzo di giustizia. Il silenzio del presidente Riviezzo
L’AQUILA. La vita all’interno del palazzo di giustizia dell’Aquila ieri sembrava svolgersi come nulla fosse, all’apparenza del tutto indifferente alla bufera che imperversava all’esterno, dopo la sentenza choc sul terremoto del 2009. «È inopportuno che io dica qualcosa su questa vicenda»: così, con garbo e risolutezza, ha chiuso il discorso il presidente della sezione civile del tribunale Ciro Riviezzo. Questo, nonostante il palazzo di giustizia avesse puntati addosso gli occhi di una città e di una regione che hanno visto riaprirsi la più sanguinante delle ferite e stanno reagendo con rabbia e con dolore. Ma anche di un intero Paese indignato. Così come il nome della giudice Monica Croci, che ha firmato quella sentenza civile choc che dà il concorso di colpa a tre delle vittime del terremoto del 2009 per la loro stessa morte, è sulla bocca e sulle bacheche social di tutti.
Nell’indifferenza del tribunale, solo qualche avvocato tradiva la propria curiosità, lanciando sguardi al di là della porta socchiusa dell’aula C della sezione penale. «È lei», diceva un legale all’altro nel corridoio del secondo piano del tribunale. «Sì sì, è proprio lei», rispondeva il collega. Nell’aula sedeva la giudice Croci, alle prese con una lunga serie di udienze penali che l’ha impegnata quasi per tutta la giornata. Dall’infortunio di un operaio caduto da una scala a una truffa di piccola entità, dallo scarico abusivo di un’azienda al dipendente di un ente pubblico aquilano accusato di assentarsi troppo dal posto di lavoro: questi sono alcuni degli argomenti che la giudice ha dovuto trattare per lunghe ore, lasciando pubblico l’ascolto delle udienze, senza chiederne quindi lo svolgimento a porte chiuse nonostante il clamore che divampava tutto intorno al suo lavoro.
«Non ha tradito alcuna emozione, nonostante pubblicamente gliene stiano dicendo di tutti i colori», commentava il legale di un imputato in uno dei processi penali in questione, tornando in corridoio subito dopo l’udienza, lasciando trasparire anche una sorta di ammirazione nei confronti di Croci. «Mi sarei aspettato che prendesse le ferie. Io al suo posto avrei fatto così e avrei staccato da tutti», raccontava un altro avvocato, senza farsi sentire troppo dalle altre persone presenti nell’anticamera dell’aula.
Ma se nessuno è stato lasciato indifferente dall’ondata emotiva provocata dalla sentenza civile sul sisma, nessuno comunque ci mette la faccia e ufficialmente non parla nessuno. Tanto meno il ministero della Giustizia o il tribunale stesso.
Il “no comment” è dovuto anche al fatto che il procedimento civile di sicuro non è terminato con la sentenza dei giorni scorsi della giudice Monica Croci. Un ricorso in appello potrebbe addirittura avanzarlo lo Stato, per vedere riconosciuta una responsabilità anche dei proprietari degli appartamenti distrutti (vedi articolo in pagina) oltre a quella delle tre vittime che già gli ha fruttato una riduzione dei risarcimenti per i loro eredi. Ma di sicuro il ricorso in appello, come annunciato pubblicamente a caldo nei giorni scorsi, lo faranno tutti o alcuni dei familiari delle tre vittime del sisma interessati dalla sentenza: Alberto Guercioni che abitava a Sant’Egidio alla Vibrata, Paolo Verzilli di Isola del Gran Sasso e Ilaria Rambaldi di Lanciano, tutti e tre morti in quella tragica notte del 6 aprile nel crollo della palazzina di via Campo di Fossa 6B.
È stata la loro, secondo la sentenza choc, la «condotta incauta di trattenersi a dormire», viste le precedenti scosse di terremoto che avevano colpito la città. Ma per i familiari delle altre 24 vittime della palazzina e delle altre 306 del sisma aquilano, così come per una città intera che prima della tragedia ha convissuto con decine di migliaia di scosse anticipatorie e per il Paese intero che tredici anni e mezzo fa ha pianto per le vittime e si è prodigato per aiutare i sopravvissuti, la sentenza colpisce tutti.
E la folla riunita mercoledì sera nel Parco della Memoria per urlare «vergogna!» sarà al fianco dei familiari anche in questa nuova battaglia legale che si profila, così come in tutte le altre cause civili o penali ancora pendenti. Dall’altra parte ci sarà ancora una volta l’Avvocatura dello Stato, quella che, per vedere ridotto il risarcimento dovuto ai familiari delle vittime per i mancati controlli dei ministeri delle infrastrutture (tramite il Genio civile) e di quello dell’Interno (tramite la prefettura), ha richiesto al giudice l’assegnazione del concorso di colpa delle vittime.
È per questo che ai tre morti la giudice Croci ha dato il 30% della colpa per la loro stessa morte. La stessa percentuale di responsabilità assegnata dalla sentenza ai due ministeri, mentre il 40% di colpa è andato agli eredi dei costruttori della palazzina crollata in via Campo di Fossa.
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