Serafini: mezza vita dedicata all’house

13 Gennaio 2015

Il deejay che ha iniziato nel locale si racconta: era un tempio, sarà bello tornarci

PESCARA. «Io dico che il vero deejay nasce con una musica e muore con quella. Sai quante volte mi hanno chiesto di andare a suonare negli stabilimenti balneari ma ho detto sempre di no: non mi divertirei, io la musica commerciale non l’ho mai messa e non saprei neanche farlo. La mia passione è l’house e non me la toglierà mai nessuno». Dino Serafini oggi ha 42 anni: «Ho iniziato all’Atlantide, non avevo neanche 18 anni. Poi, nel 1995, a 23 anni, sono arrivato al Fixx: ero resident con Gianluca De Tiberiis, Guglielmo Mascio e Riccardo May. Facevamo sempre il pienone: duemila persone assiepate in tutto locale. La domenica pomeriggio ruotavano personaggi come Matteo Sorbellini, Miss Nacha, Federica Babydoll, istituzioni dell’house. All’epoca, il Fixx era il locale di punta. Suonare lì, per un ragazzo come me, era una soddisfazione: significava essere apprezzati». Poi, Serafini è stato all’Underground City di Popoli, un altro locale che ha fatto la storia dell’house in Abruzzo: «Poi, sono andato a vivere a Milano e ho lavorato lì e a Riccione, in locali come l’Ecu, il Pascia, ho fatto i Syncopate». In casa, Serafini custodisce 2.500 dischi: «Ma non sono uno di quelli che prende di tutto, compro poco ma buono. Adesso, ovviamente, vado anche sul digitale: giocoforza, mi sono dovuto abituare per non portarmi dietro 20 valigie ma continuo a pensare che presentarsi a una serata con le chiavette usb non sia dignitoso: il deejay è sinonimo di vinile». Come sarà tornare al Fixx? «Sono emozionatissimo. Risuonare in un locale come quello sarà bello. E poi, intorno, c’è tanta aspettativa. Il Fixx è rimasto nel cuore di tanti e sono sicuro che sarà una notte di superlavoro per le baby sitter: quelli che venivano una ventina d’anni fa, adesso, sono sposati e hanno i figli. Per loro sto ricercando qualche disco storico anche se non sono uno che fa scalette: preparo una selezione di quello che vorrei suonare e poi improvviso». Un bilancio di mezza vita dedicata all’house? «Sono stato fortunato. Gli anni Ottanta e Novanta sono stati i migliori con i grandi party, gli after hour, le domeniche pomeriggio: era un altro mondo». (p.l.)

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