Sevel, promosse le nozze con i francesi

Fusione Fca-Psa: parla Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl: «Le scommesse? Nuova strada e furgoni elettrici»
ATESSA. Se per alcuni quello tra i due colossi dell'automotive Fca (Fiat-Chrysler) e Psa (Peugeot-Citroen) è un matrimonio "forzato" che lascia molti interrogativi ancora aperti, per Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, si tratta di un'unione necessaria che contribuirà a rafforzare i mercati dei due gruppi e a creare nuove opportunità. Ma quali saranno le conseguenze dirette per Sevel, lo stabilimento dei record della Val di Sangro, dove il matrimonio coi francesi dura ormai dal 1981? E quali sono le prossime sfide?
Bentivogli, cosa ne sarebbe stato di Sevel se non fosse intervenuta la fusione?
«In Sevel la joint-venture con Psa dura con successo da 38 anni. E se è vero che il termine dell'accordo, previsto nel 2023, era rinnovabile, è anche vero che da sola Sevel non ce l'avrebbe fatta nonostante i numeri record. Fca è troppo piccola per competere nel mondo, c'era bisogno di una fusione per il rafforzamento del suo mercato. In questo caso Psa è molto radicata in Europa, mentre in Usa Fca ha il 66% del suo fatturato. La sfida perentrambi i gruppi sarà aggredire il mercato asiatico dove entrambe hanno una incidenza poco rilevante».
Psa, entro la fine del 2021 tramite i marchi Opel Vauxhall, comincerà a produrre furgoni a passo lungo in Polonia, lo stabilimento abruzzese perderà il suo primato in Europa?
«I volumi di Opel in Polonia riguardano 100mila veicoli l'anno. Sevel quest'anno raggiungerà i 300mila veicoli e i numeri sono stati confermati molto alti anche per il 2020, non c'è da temere nulla. Inoltre Sevel è "protetta" dalla sua altissima specificità nel realizzare centinaia di varianti diverse, il primato resta».
Dal momento che Psa possiede anche i marchi Opel e Vauxhall la fusione non potrebbe comportare a Sevel l'essersi portati la concorrenza in casa?
«La fusione non deve essere letta come una semplice sommatoria, ma va intesa come una nuova sinergia in un gruppo che sarà unico. Come Fim Cisl abbiamo ribadito nel corso dell’incontro ai vertici di Fca che questa grande operazione di fusione industriale non può e non deve assolutamente snaturare gli stabilimenti italiani che sono i primi al mondo soprattutto per quanto concerne l’organizzazione del lavoro».
Quali sono le sfide che lo stabilimento abruzzese dovrà affrontare per il futuro? «Tra la fine del 2020 e inizio del 2021 in Sevel sarà avviata la produzione del Ducato elettrico. Ce lo hanno confermato anche a Torino. Bisognerà quindi farsi trovare pronti. Una notizia importante per l’Italia è che anche dopo il closing della fusione, il piano di Fca per gli stabilimenti italiani continua con gli investimenti già annunciati, ovvero 5 miliardi entro il 2022, su elettrificazione e ibridazione dei nuovi modelli. Ulteriori sinergie con Psa potranno avvenire dopo la firma definitiva che non avverrà prima di fine 2020».
Come ci si prepara alla scommessa sull'elettrico?
«C'è bisogno di un aiuto importante del Governo e anche della Regione Abruzzo. Siccome andiamo verso l'elettrificazione bisogna investire sulla formazione dei dipendenti e sulle infrastrutture. L'Abruzzo da questo punto di vista è una regione isolata. La rete stradale andrà migliorata. È assurdo vedere bisarche che viaggiano su strade così strette».
E ad intervenire sulle sfide su ibrido ed elettrico è anche Raffaele Apetino, coordinatore nazionale Fim-Cisl dell’automotive. «Il problema», spiega, «è la fase di transizione che dev’essere controllata. Se pensiamo che ci vuole un decimo dei dipendenti rispetto a quelli che realizzano motori tradizionali per costruire componenti per un motore elettrico, si può intuire quale può essere la catastrofe dal punto di vista dell'occupazione. Ricordiamo che i circa 268mila addetti del settore automotive rappresentano il 6% del Pil italiano. Inoltre si deve avviare seriamente un piano sulle infrastrutture. In Italia ci sono appena 4mila colonnine elettriche, di cui il 70% a lenta ricarica per cui sono necessarie 8 ore. Eppure per la Commissione europea entro il 2023 tutta la produzione di veicoli deve prevedere anche la versione elettrica. Anche Sevel è chiamata a questa urgenza, governi e istituzioni inizino da subito a pensarci».
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