Sfrutta tre stranieri nei campi e si fa dare 15mila euro, indagato

13 Maggio 2022

Sotto accusa un 60enne: pakistani al lavoro gratis con la promessa del permesso di soggiorno  L’imprenditore agricolo li pagava solo con panini, caffè e biglietti del bus: dieci mesi di soprusi

PESCARA. Sfrutta per circa dieci mesi, peraltro sotto lockdown, tre pakistani promettendo loro un permesso di soggiorno, facendosi versare anche 5.000 euro a testa e pagandoli per ogni giornata di lavoro soltanto, e non sempre, con un panino e un caffè. Una sorta di caporalato che ha fatto finire sotto inchiesta, con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, e truffa, un cittadino romeno residente a Pescara, L.I., 60 anni, difeso dall’avvocato Tullio Zampacorta. Per l’indagato, il gip Nicola Colantonio aveva accolto la richiesta del pm Rosangela Di Stefano di effettuare un incidente probatorio per cristallizzare le dichiarazioni delle tre parti offese: passaggio processuale saltato (con rinvio a giugno prossimo) per l’assenza di due delle parti offese e per il fatto che il difensore ha sollevato l’incompatibilità dell’interprete che era già stato sentito dalla procura.
Pesanti le accuse che emergono dalle indagini effettuate dal dirigente della squadra mobile, Gianluca Di Frischia, che, nella sua informativa al pm, ricostruisce le attività dell’indagato, piccolo imprenditore agricolo che opera a Montesilvano e che aveva anche dichiarato un reddito molto alto per poter usufruire dei permessi di soggiorno: permessi poi negati dalla questura di Pescara per mancanza dei requisiti in capo allo stesso indagato. I pakistani erano entrati in Italia con un permesso di soggiorno finalizzato alla richiesta di asilo politico e, successivamente, sarebbero stati sfruttati dall’indagato che avrebbe approfittato della loro situazione di bisogno. Dalle carte dell’indagine, emerge che le parti offese avrebbero peraltro potuto usufruire tranquillamente della procedura di emersione del lavoro irregolare, senza dover cadere sotto le grinfie di questo “caporale” nostrano. E invece i tre pakistani sono finiti per essere sfruttati a pieno, con un accordo capestro che prevedeva il versamento di 5.000 euro a testa necessari a ottenere il permesso di soggiorno e poi l’assunzione come braccianti agricoli. Le parti offese hanno dichiarato alla polizia di aver versato quei soldi direttamente all’indagato (e parlano anche della costante presenza di un nipote dell’imprenditore agricolo): soldi che rappresentavano i risparmi delle rispettive famiglie. Hanno detto di aver lavorato ininterrottamente da luglio del 2020 a maggio del 2021 per svolgere delle attività che all’inizio erano di potatura di alberi nella campagna dell’indagato, ma poi anche di sgombero di cantine e locali nel circondario di Pescara, e quindi probabilmente presso terze persone a loro sconosciute. Otto ore al giorno di lavoro, per cinque giorni la settimana, senza mai ricevere uno stipendio o una busta paga e, solo sporadicamente, su loro richiesta, i tre riuscivano ad ottenere pochi euro per un panino, un caffè o il biglietto dell’autobus. E quando si permettevano di sollecitare il pagamento di un compenso, stando almeno a quanto sostengono gli investigatori, il datore di lavoro rispondeva che non li poteva pagare perché i soldi servivano per le pratiche finalizzate all’assunzione e quindi per ottenere il permesso di soggiorno. Tutto questo sarebbe andato avanti per mesi, fino a quando i tre hanno ricevuto una formale risposta dal servizio immigrazione della questura che rigettava le richieste dell’imprenditore intermediario, per «difetto della capacità economica del datore di lavoro». A quel punto le parti offese decisero di denunciare i fatti e di presentare anche un ricorso al giudice del lavoro. Nelle pratiche di permesso di soggiorno l’indagato aveva addirittura dichiarato di possedere un volume d’affari di circa 500mila euro l’anno, con un utile netto annuo di 250 mila euro: circostanze smentite dalle indagini della questura.
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