«Si è sicuri dallo 0,6 in su Ma l’indice non basta»

L’ingegner Bove: «Concorrono al rischio la struttura, il terreno ed i vizi esterni» Il geologo Miccadei: «In Abruzzo neanche un euro per finanziare la ricerca»
PESCARA. Quando una scuola è sicura? Che cosa concorre alla sicurezza e qual è l’indice di rischio sismico al di sotto del quale un genitore deve preoccuparsi. La parola va agli esperti: all’ingegner Roberto Bove e al geologo Enrico Miccadei, due dei professionisti che parleranno di scuole sicure sabato prossimo a Teramo. Sono relatori al convegno organizzato dall’Assai (associazione scuole sicure Abruzzo Italia) nella sala polifunzionale della Provincia, in via Comi, con inizio alle 16. «E’ aperto a tutti», sottolinea Leda Ragas, presidentessa dell’Assai, «è un modo per costruire un futuro in sicurezza», aggiunge ricordando che al convegno sarà presente anche Antonio Morelli, il papà di Morena, morta a 6 anni tra le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia. Ma qual è l’indice di rischio che fa stare tranquilli?
NON BASTA DIRE 0,6. L’ingegnere civile-strutturista, Roberto Bove, afferma: «Oltre all’indice di vulnerabilità vanno tenuti conto l’aspetto realizzativo, quindi la regola dell’arte, quello geotecnico, relativo alla situazione del terreno e, infine, il non aver vizi esterni. Si può costruire la scuola più sicura del mondo ma se poi c’è un muro accanto che gli cade sopra tutto è vanificato. Al discorso della sicurezza», dice Bove, «quindi concorrono più aspetti altrimenti tante scuole sarebbero da chiudere. Così non è facile dare dei numeri certi sull’indice ideale. Per esempio dopo il terremoto dell’Aquila la Protezione civile si è data come limite almeno uno 0,60 fino allo 0,80. Diciamo che un minimo sindacale può esser proprio lo 0,60 che però, bisogna precisare, all’Aquila venne stabilito per gli edifici residenziali. Ma, ripeto, occorre prendere contestualmente in considerazione la regola dell’arte, il terreno e il contesto in cui l’immobile sorge. E bisogna tener presente anche le regole geometriche». In che senso? «Mi spiego meglio», risponde l’esperto, «se una scuola è geometricamente irregolare e si sviluppa in altezza è chiaro che fa gioco al terremoto».
POLITICI DISTRATTI. Ma se all’ingegner Bove si chiede: il problema della sicurezza delle scuole è sottovalutato? Lui risponde con un secco sì. «La differenza sta nel fatto che in Emilia Romagna i primi soldi che sono arrivati sono stati utilizzati nelle scuole mentre in Abruzzo in generale no. Le scuole vengono dopo».
LA TERRA PARLA. Il professor Miccadei è docente universitario alla D’Annunzio di rilevamento geomorfologico e, da quest’anno, di geomorfologia applicata ad Ingegneria di Pescara. Miccadei è stato anche Ctu (consulente tecnico) per le parti civili al processo per il crollo della casa dello studente dell’Aquila. Esordisce così: «Geologo, geometra, architetto e ingegnere debbono lavorare insieme. La sinergia è fondamentale. Lavorando insieme possono scambiarsi informazioni. Ma in Italia e in Abruzzo non accade. Raiano, con il sindaco Marco Moca, rappresenta un’eccezione. Per la costruzione della nuova scuola ciascun professionista, in quel caso specifico, ha portato il suo contributo di conoscenze. L’ingegnere ha pensato alla struttura confrontandosi con il geologo che si è occupato delle caratteristiche del terreno. Si possono anche costruire scuole strutturalmente ipersicure ma è tutto inutile se non ci domandiamo se il terreno è idoneo. La legge dice che bisogna fare indagini fino a trenta metri di profondità, a Raiano siamo andati anche oltre. Penso che su questo aspetto si giochi l’80 per cento della sicurezza».
RICERCA ANNO ZERO. Tutti debbono intervenire prima di realizzare una nuova scuola. E’ il concetto chiave di Miccadei. Ma, come ben si sa, anche questo in Italia non accade quasi mai. «Conoscenza e sinergia: questi sono gli obiettivi da perseguire. Obiettivi che purtroppo si sono persi in tutti i campi. Il problema sicurezza, specialmente nelle scuole, è sottovaluto, troppo sottovalutato», sottolinea il geologo. «In Abruzzo si ricostruisce sulle zone in frane. E non solo. Il concetto fondamentale da far passare infatti è che non è possibile che la Regione o altri enti abruzzesi non abbiamo investito un solo euro per la ricerca. Altre Regioni hanno subito dato i soldi alle Università per questo tipo di lavoro. Da noi non si fa. O si fa ma a costo zero». (l.c.)
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