Silvestri: siamo tutti “Acrobati”

20 Luglio 2016

Il cantautore romano in tour con l’ultimo disco. Sarà a Pescara l’8 agosto

Rosa Anna Buonomo

Tutti sappiamo essere un po' acrobati, muovendoci tra le difficoltà della vita e adattandoci per non cadere, quasi come se ci muovessimo in equilibrio su di un filo. E' lo spirito di “Acrobati”, il nuovo lavoro di Daniele Silvestri, arrivato a cinque anni da “Scotch” e a due da “Il padrone della festa”, realizzato con Niccolò Fabi e Max Gazzè. Il cantautore, dopo il successo del tour teatrale, è tornato ad attraversare lo Stivale con “Acrobati Summer Tour”. E' fissata all'8 agosto la tappa pescarese, al Porto Turistico, nell'ambito di Estatica (organizzazione Alhena Entertainment e Ventidieci). Il costo del biglietto è di 25 euro.

L'acrobazia come filo conduttore del disco. Perché questa idea?

«Con il brano "Acrobati" stavo descrivendo il mondo dall'alto, dunque anche l'uomo. Man mano che le altre storie prendevano corpo, quando il disco è cominciato a diventare la descrizione di funamboli e dell'uomo moderno, mi è sembrato un titolo perfetto. “Acrobati” è il cuore di questo album, un nucleo forte anche dal punto di vista musicale. L'ho considerato il motorino di tutto il lavoro che stavo facendo. Il modo di raccontare l'essere umano attraverso quella canzone sembrava perfetto e c'entrava con tutte le sfumature del disco. Mi sono ritrovato a cantare storie di esseri umani che si trovano a fare i conti con le difficoltà. Sono sempre stato affascinato dal modo in cui sappiamo adattarci alle cose più impensabili e a come riusciamo a trovare un equilibrio dove sembra impossibile».

Acrobati è il suo lavoro più ricco e completo. Quanto ha inciso l'esperienza in trio con Fabi e Gazzè?

«Sicuramente parecchio dal punto di vista dell'energia e della curiosità. Sono stati due anni intensi e sorprendenti, dirompenti per ognuno di noi tre. Anche per il fatto di trovarsi a scrivere canzoni insieme e mettersi a nudo nell'aspetto più intimo. Questa esperienza ci ha lasciato tanto e ci ha permesso di capire ancor meglio noi stessi. Tutti e tre siamo ripartiti con tanta voglia. Io ho avuto un'esplosione quasi vulcanica. Ho iniziato a scrivere a getto continuo quando stavamo finendo le ultime date. Stavo per pubblicare un disco doppio. Ci sono tante canzoni rimaste fuori che scalpitano per vedere la luce al più presto».

Il primo singolo, “Quali alibi”, ha temi profondamente attuali...

«Lo considero un passaggio dalla produzione precedente a quella di “Acrobati”. È l'unica canzone del disco basata sull'attualità, che fa riferimento a cose molto concrete e riconoscibili, parla di politica. Cosa che nel disco è abbastanza assente, è un lavoro molto poetico. È l'unica eccezione perché continuo ad avere voglia di occuparmi del mio presente, di alcune brutte abitudini del nostro Paese. Un esempio è quello della politica dell'emergenza. C'è la brutta abitudine di usarla per giustificare decisioni che disegnano la nostra vita e che non dovrebbero essere frutto di strumentalizzazioni sull'onda sull'accadimento disastroso o di polemiche ad arte. Servirebbe una politica dallo sguardo più lungimirante, invece siamo abituati all'opposto. E nell'opposto vivacchiano una serie di personaggi che sono diventati maestri in questo. Gli alibi sono i trucchi, le giustificazioni per nascondere altro».

Torna spesso in Abruzzo, dove ha diverse amicizie. Quanto si sente legato a questa terra?

«Legatissimo perché ho sempre avuto la sensazione che Lazio e Abruzzo siano molto collegate. Di fatto siamo molto vicini, forse per questo tanti romani hanno sentito con particolare forza quello che è successo all'Aquila. Nel mio mondo ci sono tanti pescaresi ottimi musicisti, fonici, cantanti, autori. E' un po' come se Roma e l'Abruzzo si completassero. È la nostra altra costa, le nostre altre montagne: lo sentiamo così».

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