Slogan contro la prostituzione, è polemica
Arcigay e Mazì accusano: campagna “sessista” del Comune. Il sindaco: ragazze trattate come schiave
MONTESILVANO. «Un mondo di misoginia e di insulti sessisti così ampiamente interiorizzati nella morale comune da far passare in sordina il dirompente effetto maschilista e sessista racchiuso in quelle parole. Parole che minano proprio la dignità che si erano prefissati di preservare». Così l’Arcigay di Chieti e Pescara e l’associazione Mazì Pescara intervengono contro la campagna di comunicazione messa in campo dal Comune di Montesilvano per combattere la prostituzione, e che recita: “Non mandare a puttane la tua vita, dignità, salute e famiglia”. «Il comune di Montesilvano ci fa tornare indietro di 50 anni», proseguono le associazioni. «Un viaggio violento che riporta l’opinione pubblica faccia a faccia con quanto siano interiorizzati certi insulti sessisti e misogini tanto da poter essere scritti e affissi su delle comunicazioni ufficiali di una pubblica amministrazione, vanificando il condivisibile scopo del convegno, ovvero dare una testimonianza e sensibilizzare sulle donne vittima della tratta e dello sfruttamento della prostituzione. Ma per ottenere questo scopo si sono insultate in primis tutte le sex workers che liberamente e consapevolmente decidono di intraprendere questo lavoro nella più totale autodeterminazione e poi tutte le donne». Arcigay e Mazì chiedono il ritiro della campagna e scuse pubbliche.
«Noi stiamo cercando di combattere la piaga della prostituzione con i pochi mezzi a nostra disposizione, visto che il fenomeno non è disciplinato in Italia e non è illegale», replica il sindaco Francesco Maragno. «Abbiamo organizzato il convegno “Contro la tratta delle donne” a cui sono intervenuti, oltre a rappresentanti delle forze dell’ordine, i componenti della comunità Papa Giovanni XXIII, che stanno ogni notte sulla strada, al fianco delle ragazze obbligate a prostituirsi, per cercare di strapparle da quel turpe mercato. E nella sola Montesilvano ben 11 di loro hanno scelto, stavolta sì, autonomamente e con non pochi rischi di lasciare il “mestiere”. Oggi ci indigniamo per delle parole e dei modi di dire entrati nella lingua italiana da tempo e non ci scandalizziamo per gli spettacoli indecorosi che accadono nelle strade delle nostre città. E soprattutto, c’è qualcuno che parla di sex workers e di autodeterminazione, sapendo bene che, invece, le ragazze sono stuprate, violentate e sottomesse come schiave dalle organizzazioni criminali». (a.l.)
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