Sofia morta dopo l'investimento, la rabbia dei genitori: «Il colpevole non farà neanche un giorno di carcere»

Il padre Giuseppe e la madre Giusi: «Quindi è questo il messaggio? La vita di una ragazzina vale così poco?»
PESCARA. «È vergognoso. Vergognosa la pena a tre anni e vergognoso il messaggio che si porta dietro, che se ammazzi una ragazza non ti fai neanche un giorno di carcere. Perché questo è». Il papà di Sofia, Giuseppe Di Dalmazi, parla al telefono anche per la moglie Giusi lì al suo fianco, che lo ascolta stremata alla fine di una mattinata carica di tensione e dolore. È soprattutto per lei e per la loro Sofia che Giuseppe, che dopo la sentenza ha accusato un malore, accetta di parlare. Parole scandite lentamente, per il tempo necessario a cercare di tradurre i sentimenti in concetti, ma che alla fine escono tutte insieme, spinte fuori dallo sconforto e dalla rabbia di una sentenza difficile da accettare.
«Il pm aveva chiesto quattro anni. Anzi», si corregge Di Dalmazi, «era partito da sei anni per poi chiederne quattro al netto della riduzione di un terzo della pena, come previsto dal rito abbreviato. E invece alla fine il giudice l’ha condannato a tre anni, uno di meno, e non riesco ancora a capire perché. Forse l’incensuratezza dell’automobilista, può darsi, non lo so e non lo vogliamo sapere. Sappiamo solo che nostra figlia aveva 15 anni ed è morta travolta da una macchina all’uscita da scuola mentre attraversava sulle strisce. Tutto questo può valere solo tre anni di condanna? E soprattutto», ribadisce, «è davvero possibile che si può ammazzare una ragazza senza farsi neanche un giorno di carcere?».
Parla di «beffa» Giuseppe Di Dalmazi che quella tragedia l’ha vissuta in diretta con la sua Sofia che gli stava andando incontro dall’altro lato della strada, in via Falcone e Borsellino, quando quel Suv l’ha presa in pieno. Era il 3 dicembre del 2024, Sofia frequentava il Maior, il terzo liceo scientifico, felice di aver iniziato un nuovo percorso scolastico dopo il cambio dal Galilei. Subito in condizioni gravissime, ha lottato tra la vita e la morte per una settimana. Poi il 10 dicembre la fine, la scelta dei genitori di donare gli organi e, per loro, l’abisso del cuore da cui dover risalire per l’altro figlio più grande. Ma intanto le indagini e l’iter giudiziario con l’inchiesta per omicidio stradale che li ha accompagnati in tutti questi mesi come una spina nel fianco. Ieri, alla fine dell’udienza, speravano di togliersela quella spina, e di sentire appena un po’ di sollievo. Ma non è andata così, anzi, Giuseppe ha avuto anche un malore. «Non possiamo neanche appellarci, né noi né la Procura, perché è un rito abbreviato. Ecco, cos’altro dire? Solo tanta rabbia».
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