Soldi facili e ambizioni criminali. L’identikit dei baby aggressori

Le bande di nordafricani arrivano in Italia in cerca del riscatto, ma cadono nella trappola della droga. Il look non passa inosservato: borsello alto, tute sportive e crocifissi al collo per esibire la ricchezza
PESCARA. Sui documenti appena rilasciati dalla questura l’anno di nascita scavalla già il Duemila. Facendo due conti, sono giovanissimi: una nuova generazione scappata dal Paese di origine ha scelto l’Italia per avere un seconda possibilità. Ecco l’inizio della nuova vita dei giovani nordafricani che spesso perdono di vista il senso del limite e diventano i protagonisti di aggressioni e scene da “Arancia meccanica” sui loro coetanei. Soldi facili e ambizioni criminali diventano quindi le uniche due “barche” su cui salire quando l’integrazione sociale diventa difficile.
Giovani arrivati in Italia alcuni anni fa, molti di loro come minori non accompagnati. Hanno voglia di cercare il riscatto che nella loro terra non hanno avuto. Ma in preda alla disperazione, i soldi facili ricavati dalle vendite di droga rendono forse la vita dei giovani più semplice. Anche l’accesso all’avido mondo del denaro, quello per cui si può arrivare ad uccidere. Sono inconfondibili tra le vie del centro, i giovani “maranza” – li chiameremmo così se fossimo nella periferia di Milano – si riconoscono dal loro look. «Aveva un cappello tipo baseball di colore beige», descrive una vittima alla polizia, dopo essere stata picchiata e vessata per mesi da un gruppo di nordafricani.
Cappellino o cappuccio della felpa che richiama le grandi squadre di calcio; pantaloni della tuta di marche sportive portati a vita bassa e scarpe sportive Nike. È l’abbigliamento tipo di un giovane all’interno di una baby gang: nulla di troppo lontano dai protagonisti di serie tv violente o da alcuni video virali sui social.
Baby gang che picchiano, minacciano di morte l’altro «per il mero desiderio di fare del male», è il passaggio da brividi descritto dalla procura di Pescara nelle indagini che hanno portato appena qualche giorno fa all’arresto di cinque egiziani e tunisini. Tra le pesanti accuse, c’è anche quella di associazione a delinquere. La banda del terrore, ora in carcere, secondo gli inquirenti, perseguitava i passanti del centro: accaniti contro un giovane cameriere del centro, non hanno risparmiato neppure la cugina. Le hanno messo le mani al collo: la ragazza racconta di «aver temuto un’aggressione sessuale». È sui social il primo palcoscenico della forza delle gang. Sono viralissimi i video di alcuni giovanissimi su TikTok: sulle note dei rapper che inneggiano a droga e violenza, si mettono in posa davanti a Lamborghini e auto costosissime, o mostrano il polso per sfoggiare il Rolex color oro. Che sia vero o fake, lo lasciamo agli intenditori. Stesso discorso per i borselli griffati alti sul petto. Non può mancare poi la catenina d’oro con il crocifisso che ha poco a che fare con questioni di fede. Come i rapper hip hop, è l’esibizione di ricchezza e fama.
La legge del branco parla chiaro: no ai sensi di colpa e mai mostrarsi deboli. «Un gruppo unito, pronto a vessare occasionali passanti per il mero desiderio di fare del male», scrive il gip descrivendo «il comune programma criminoso» di 5 baby aggressori che hanno ripudiato anche l’evidenza delle telecamere: «Non sono io quello delle immagini». Davanti al gip i ragazzi rigettano le accuse, dicono di non avere nulla a che fare con quanto gli viene contestato: «Questi ragazzi non li conosco, mi dichiaro innocente».
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