«Solo disperazione, si è aggravato e nessuno ci ha avvisato la notte»
PESCARA. «C’era la disperazione, ma anche la rabbia di non essere stati avvisati quando mio zio si è aggravato nel corso della notte».Emilia parla a nome della famiglia rom che la mattina di venerdì...
PESCARA. «C’era la disperazione, ma anche la rabbia di non essere stati avvisati quando mio zio si è aggravato nel corso della notte».
Emilia parla a nome della famiglia rom che la mattina di venerdì scorso ha scatenato il panico, come hanno riferito i sanitari alla polizia, nel reparto di Oncologia dov’era ricoverato il loro familiare. Parla con calma, descrivendo il calvario dello zio che da luglio è entrato e uscito dall’ospedale per poi avere di recente la diagnosi del tumore, «grazie alla Tac che ci ha fatto fare il dottor Parruti». «Mio zio aveva 60 anni, una moglie, tre figli, nove nipoti. Sapevamo che era grave, i nipoti, dopo la diagnosi del tumore, il 30 agosto scorso sono andati a chiedere un consulto all’istituto tumori di Milano dove gli hanno detto di aspettare l’istologico e che era curabile. Ma mio zio non sapeva che aveva, si era fatto dimettere dall’ospedale il 10 settembre. Poi il mercoledì, due giorni dopo, si è aggravato con febbre e infezione, la figlia è andata a supplicare il primario di Oncologia di ricoverarlo ancora e così è stato, ma lo stesso medico gli aveva detto che era stabile. Il giovedì sera la moglie ha fatto la videochiamata con lui ed era tutto a posto, io stesso l’avevo visto a ora di pranzo, ci ho parlato, stava seduto sul letto. E poi alle 6,20 di venerdì è arrivata la chiamata che era morto. Come poteva reagire la famiglia? Siamo corsi lì, ma altro che 40 persone. Molti di noi sono rimasti fuori dall’ospedale, per sapere, pure i cugini che sono stati arrestati erano rimasti sotto, fuori dal reparto. La figlia è accusata di evasione, ma era morto il padre, come poteva non andare? Hanno fatto un polverone sul dolore di una famiglia unita. Certo che piangevamo. Nessuna porta rotta. Le urla, la disperazione erano anche per la rabbia di non essere stati avvisati che si era aggravato».
Invece, dice Emilia, «solo razzismo nei nostri confronti. Ci hanno accusato perfino che non rispettiamo i pazienti oncologici. È un’accusa grave, e vedremo se fare denuncia per diffamazione. Chiediamo le telecamere, lì c’è la verità di quello che è successo. Basta chiederlo alle pompe funebri e alla polizia che erano lì e che ci hanno dimostrato tutti una grande umanità, e per questo li ringraziamo». (s.d.l.)

