«Sono senza casa e ho paura di perdere anche mio figlio»

MONTESILVANO. Straniera, malata, disoccupata, con un figlio minorenne da crescere e, da due giorni, senza neanche più un tetto sotto il quale stare. È una situazione davvero difficile quella in cui...
MONTESILVANO. Straniera, malata, disoccupata, con un figlio minorenne da crescere e, da due giorni, senza neanche più un tetto sotto il quale stare. È una situazione davvero difficile quella in cui si trova Liliana Adiaconitei, una 46enne romena che nei giorni scorsi è stata sfrattata dalla casa parcheggio in cui viveva e che ora è alloggiata all’hotel delle Rose insieme al figlio di 12 anni. La donna da tre anni era residente in contrada Pignataro a Cappelle sul Tavo, nella palazzina presa in locazione nel 1999 dal Comune di Montesilvano e che, lunedì, è stata sgomberata poiché nessuna delle sei famiglie al suo interno risultava possedere ancora i titoli necessari. Tra gli sfrattati, oltre a C.S. un uomo con il cancro e un’invalidità del 100 per cento, anche Liliana e suo figlio che ora temono di finire per strada, dal momento che il Comune ha garantito il pagamento dell’hotel per il tempo massimo di un mese. Per questo ora la mamma, arrivata in Italia 15 anni fa sola e con tre figli, lancia il suo grido d’allarme, ricostruendo la sua storia tutt’altro che semplice.
«Cinque anni fa sono arrivata a Montesilvano, dopo aver vissuto in Calabria, con due bambini minorenni, mentre la mia figlia maggiore si è sposata con un calabrese. Per il primo anno siamo stati in affitto, poi per problemi di salute ho smesso di lavorare e siamo stati sfrattati. Così, nel 2012, mi sono rivolta al Comune e ci hanno accolto in una casa famiglia a Montesilvano Colle».
La famiglia trascorre un anno sereno fino a quando, nel maggio del 2013, l’Ente spiega alla donna che in vista del 18esimo anno della figlia, all’interno dell’istituto può rimanere solo il bambino più piccolo. «Ero disperata», spiega, «così la direttrice della struttura ha scritto al Tribunale dei minori dell’Aquila, che a giugno ha emesso una sentenza in cui si specificava che la famiglia doveva rimanere unita e che il Comune avrebbe dovuto trovarci una sistemazione. A luglio del 2013 ci hanno consegnato le chiavi della casa di Cappelle senza alcun contratto in cui si diceva che avremmo dovuto pagare un affitto, per cui io non sono morosa. Così come ho sempre pagato tutte le bollette di luce e gas nonostante il contatore fosse cointestato a una famiglia molto più numerosa della mia. Inoltre la casa era piena di muffa, insalubre, senza riscaldamento e così dopo qualche mese mi sono ammalata di broncopolmonite cronica, che con il tempo mi ha causato una serie di altre patologie».
Ad oggi la donna, pur avendo una disabilità accertata del 48 per cento, non percepisce alcuna pensione di invalidità ed è costretta a sbarcare il lunario con qualche lavoretto saltuario e i soldi passati al piccolo da suo padre. «E poi all’improvviso è arrivato lo sfratto da Cappelle, mia figlia si è trasferita temporaneamente in Romania per non darmi ulteriori problemi, e io e mio figlio siamo da lunedì in questo hotel, possiamo mangiare solo panini, lui è lontano da scuola e sta soffrendo molto perché si vergogna davanti ai suoi compagni di scuola». Ma la preoccupazione più grande di Liliana è che gli assistenti sociali possano allontanarla dal figlio, e per questo chiede al Comune un aiuto. «Sono disposta a pagare un affitto minimo», spiega, «così come posso lavorare per qualche ora al giorno compatibilmente con le esigenze di mio figlio che ha solo me». Quanto all’ipotesi di tornare in Romania: «Fossi sola sarei già tornata nel mio Paese, ma mio figlio è italiano e io non posso strapparlo dalle sue radici, non sarebbe giusto».
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