«Sono troppo aggressivi Dobbiamo difenderci»

2 Febbraio 2017

L’AQUILA. «Salvare i lupi? Nemmeno per sogno. Andrebbero eliminati tutti». Detto così, sembra brutale. Ma a parlare è uno di quegli allevatori della piana di Navelli che non ne possono più di...

L’AQUILA. «Salvare i lupi? Nemmeno per sogno. Andrebbero eliminati tutti». Detto così, sembra brutale. Ma a parlare è uno di quegli allevatori della piana di Navelli che non ne possono più di combattere contro i cinghiali che distruggono campi, colture e recinzioni, contro la burocrazia e, adesso, anche contro i lupi. «Grossi lupi neri che nulla hanno a che fare con la razza autoctona del lupo appenninico», spiega l’allevatore e imprenditore agricolo di Ofena, Dino Rossi, che non usa mezzi termini per definire il ripopolamento dei lupi nell’Appennino come un problema per gli allevatori. «Io provengo da una famiglia di cacciatori, e posso dire di non avere mai visto prima i lupi neri che adesso si spingono fino agli allevamenti e ai centri abitati, molto più aggressivi, che arrivano a sbranare anche i cani. I lupi appenninici, invece, erano di taglia più piccola e avevano paura, erano diffidenti, non si avvicinavano alle fattorie. Adesso si avvicinano alle mucche e ai recinti: devono essere tolti e bisogna, piuttosto, salvare la razza che c’era un tempo».

Era il 2009 quando Rossi fece, una mattina presto, un’amara scoperta nella sua stalla. Un lupo aveva sbranato una mucca gravida che stava partorendo, uccidendo anche il vitellino. «L’aggressione è avvenuta durante la notte e io non mi sono accorto di nulla», racconta, «la povera bestia del mio allevamento non ha potuto reagire ed è stata sbranata mentre partoriva. L’ho ritrovata ancora viva e ho dovuto abbatterla». Per Rossi «dovrebbe essere data la possibilità a chi possiede un’attività agricola di difendersi dai lupi. Se un lupo sbrana un animale, non otteniamo indietro nemmeno il ristoro dei danni». L’allevatore di capre di Fara Filiorum Petri, Giampiero De Vitis, invece, ritiene che lo Stato debba assumersi la responsabilità di gestire con accortezza – e con l’obiettivo di salvaguardare gli esemplari senza procedere all’abbattimento – il ripopolamento dei lupi nell’Appennino. Animali lasciati a se stessi e che andrebbero protetti, ad esempio, «in riserve dove possano trovare il loro habitat e con l’adeguata disponibilità alimentare. I lupi sono, al contrario, costretti a spingersi fino ai centri abitati, o nelle campagne dove si trovano le stalle, alla ricerca di cibo». E’ così che proprio a Fara Filiorum Petri nei giorni della passata nevicata, l’allevatore si è trovato a tu per tu con tre lupi, in pieno giorno, a due passi da casa e dalla stalla e, soprattutto, vicino a sua figlia di sette anni che stava sciando con un altro bambino. «I lupi hanno puntato il cane di mia figlia e io sono dovuto intervenire per difenderlo», racconta Giampiero, «abbiamo avuto paura perché se il lupo è solo non è un pericolo per l’uomo; ma quando è in branco può diventarlo». Quella visita mattutina da parte dei lupi non è stata l’unica: «Si sono avvicinati per 4-5 mattine di seguito», ricorda l’allevatore. «Se io lascio degli animali incustoditi ne pago le conseguenze», conclude, «allo stesso modo anche lo Stato deve provvedere ai ‘suoi’ animali selvatici».

Marianna Gianforte