Sorrisi e ospitalità Il regalo di Pescara a 100 terremotati

Festa in Comune e al ristorante con le associazioni locali Un 73enne: ad Arquata non tornerò mai più, fa troppo male
PESCARA. Il sorriso sulle labbra, la gioia di ammirare dalle vetrate del Lido Oriente le onde invernali che si infrangono sulla spiaggia e il desiderio di condividere il pasto e raccontarsi a tavola, i cento terremotati di Arquata del Tronto non li hanno persi, nonostante il peso di una tragedia immane che preme sull'animo e sul cuore.
Impossibile dimenticare il boato di quelle terribili scosse sismiche, prima il 24 agosto, poi a distanza di mesi di nuovo la terra che trema il 26 e il 30 ottobre. Ma la voglia di reagire e lasciarsi alle spalle il buio e la devastazione è più forte. La storia di Mario Felici, 73 anni, si intreccia con quella del suo coetaneo Giuseppe Pichini, entrambi della frazione di Spelonga. Il primo che annuncia con voce ferma che «no, ad Arquata non ci tornerò più perché vedere la mia terra distrutta mi fa troppo male» e il secondo che ribatte che non vede l'ora di lasciare la sua camera d'albergo.
«Ci trattano benissimo, anche troppo», dice, «ma il paese nativo è come il primo amore, non si dimentica mai». Mario cammina appoggiandosi a un bastone e non riesce ancora a superare il trauma del dolore. Il destino beffardo ha voluto che, dopo aver dormito per mesi in macchina o su un divanetto in una saletta comune, l'anziano abbia deciso di fare ritorno nella sua casa di Spelonga, indossare il pigiama e mettersi a letto proprio nel giorno in cui il terremoto è tornato a distruggere e spaventare. «Mi hanno caricato i vigili», racconta, «mi hanno portato fuori dal paese e poi in hotel. A Porto d'Ascoli stiamo bene, ci danno da mangiare, si fa musica, si organizzano gite, ci portano fuori, abbiamo visitato anche la Madonna di Loreto. Ma è difficile stare ammucchiati 70-80 persone in un posto solo. A volte sembra di essere al bar del paese quando si faceva baldoria tutti insieme. Ma lì una volta finita la giornata tornavi a casa, invece oggi la casa non c'è più». Giuseppe invece ammette orgoglioso che lui, nel suo paese, ci torna ogni singolo giorno: «Stiamo messi peggio di tutti perché abitiamo al confine di quattro regioni e ci prendiamo le scosse che arrivano dall'Aquila, da Rieti, Norcia e Macerata. Eppure, nella tragedia, siamo stati fortunati perché Spelonga non ha avuto morti. Ci sono case distrutte, ma a confronto con Pescara del Tronto è niente».
Il gruppo di cento sfollati, ospiti degli hotel di San Benedetto del Tronto e Porto d'Ascoli, è arrivato ieri in città per partecipare all'iniziativa “Una Befana per Arquata”. «Cerchiamo di curare il trauma», rimarca Maria Luisa Fiori, «perché ad Arquata non ci è rimasto più nulla, neanche la viabilità, solo crolli e demolizioni». La giornata di solidarietà e fratellanza è stata organizzata da una rete di associazioni locali (Spazio Donna Abruzzo con Anna Rita Rossini, Unci Pesca con Claudio Lattanzio, Armatori Gasparroni con Mimmo Grosso, la Cna con Carmine Salce, Graziano Di Costanzo e Italo Lupo, il Kiwanis Chieti-Pescara con Nina Guarini e il Kiwanis Pescara con Delia Verna) per offrire ai terremotati un momento di svago in vista dell'Epifania. Il pranzo in compagnia di rappresentanti delle istituzioni al Lido Oriente, sul lungomare Matteotti, è stato preceduto dall'esibizione dei cori folkloristici di Picciano e Colline Verdi Teatine di San Giovanni Teatino, nella sala consiliare, e dalla messa nella chiesa di Sant'Andrea con il vescovo emerito di Sulmona-Valva, monsignor Giuseppe Di Falco.
Nel pomeriggio esibizioni, arrivo della Befana per la gioia dei bambini e giro in centro per ammirare mercatini e Luci d'artista e per ascoltare i cori gospel. «Ho due figli», si lascia andare Mara Cataldi, «a prima vista sembra che il terremoto non li abbia scalfiti, ma poi accadono degli piccoli episodi che ti fanno capire quanto è grande la ferita. Oggi vanno a scuola: in un locale di San Benedetto sono state ripristinate tutte le sezioni dalla materna all'elementare. Si respira un po’ di normalità. Queste iniziative ci fanno capire di non essere stati dimenticati. Stanno costruendo le casette, ma la maggior parte della popolazione non se la sente di andare a vivere in un container di pochi metri per non si sa quanti anni».
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