Sparò allo zio e alla compagna Il pm chiede 16 anni e 4 mesi

13 Giugno 2024

A Nico Fasciani è contestata anche la premeditazione: a maggio 2023 sparò 8 colpi contro la coppia Ma ora nel rito abbreviato entra la trascrizione del colloquio in carcere tra l’imputato e i genitori

PESCARA. Sedici anni e quattro mesi di reclusione. È questa la pena che la pubblica accusa (rappresentata dal pm Fabiana Rapino), ha richiesto ieri al gup Mariacarla Sacco che sta giudicando, con il rito abbreviato, Nico Fasciani, il giovane che il 17 maggio del 2023, in casa dello zio a Civitaquana, esplose otto colpi di pistola ferendo gravemente Giancarlo Fasciani e la compagna di quest’ultimo, Paola Palma.
Ieri il pm ha fatto la sua breve requisitoria quantificando in 16 anni e 4 mesi la pena (con la riduzione di un terzo per la scelta del rito) ritenuta congrua per quel duplice tentato omicidio con l’aggravante della premeditazione. Poi è stata la volta dei difensori di parte civile che rappresentano le due vittime e la figlia di Giancarlo Fasciani.
Nella prossima udienza toccherà alla difesa dell’imputato (gli avvocati Guido Carlo Alleva e Maura Morretti) che cercherà di trovare gli argomenti per contenere il più possibile una condanna scontata sin dall’inizio: la sentenza è invece prevista per il 18 luglio.
Quel drammatico giorno del 17 maggio 2023, Nico si recò a casa dello zio, chiese di andare in bagno e ne uscì qualche minuto dopo con una pistola in pugno, iniziando a sparare su zio e compagna: otto colpi indirizzati in parti vitali, come ha sostenuto il medico legale. Poi si allontanò, rifugiandosi a casa del padre dove lo prelevarono i carabinieri che nel frattempo avevano ricevuto la telefonata di Paola Palma che, nonostante le gravi ferite, riuscì a dare l'allarme e a fornire il nome dello sparatore.
Dopo aver ammesso il fatto e consegnato la pistola che aveva lasciato in macchina (ai militari Nico disse solo «ho fatto una cazzata, la pistola è dentro la mia macchina»"), Nico Fasciani non ha più voluto rilasciare dichiarazioni: né durante l'interrogatorio di garanzia né dopo, davanti al pm.
Un silenzio rotto dal giovane soltanto in carcere, durante un colloquio con i genitori, tanto che la difesa ha condizionato il rito abbreviato alla trascrizione di quel colloquio. Una trascrizione che pare non abbia condizionato più di tanto la richiesta della pubblica accusa. Nico avrebbe spiegato nel colloquio che la pistola la portava sempre con sè per il timore che qualcuno potesse rubargliela. E quanto alla sparatoria, l’imputato avrebbe riferito di essersi sentito minacciato perché una delle due vittime avrebbe preso un oggetto metallico dal tavolino e quindi lui avrebbe reagito a una sorta di minaccia.
Ma il movente di quel duplice tentato omicidio potrebbe essere collegato a questioni di droga. Nico, suo zio Giancarlo e la compagna Paola, figurano su di una richiesta di rinvio a giudizio per cessioni di droga. Resta comunque una ipotesi visto che l'imputato ha sempre scelto la strada del silenzio, senza fornire mai spiegazioni sul perché di quella sparatoria che fortunatamente non ha fatto vittime. Adesso bisogna attendere l'arringa dell'avvocato Alleva che probabilmente punterà a eliminare l’aggravante della premeditazione, legata al fatto che Nico si recò dallo zio con l'arma. E questo proprio in base alla trascrizione di quel colloquio in carcere.