Spiagge all’asta, sentenza blocca i piani della Regione

La Corte di Giustizia europea dà lo stop agli indennizzi per le imprese uscenti È un via libera agli espropri che (per ora) vanifica ogni tentativo di salvataggio
PESCARA. La Corte di Giustizia europea ha stabilito con una sentenza pubblicata giovedì scorso che, alla scadenza delle concessioni balneari, lo Stato italiano può acquisire le opere inamovibili costruite sugli arenili – come bar, piscine spogliatoi o altre strutture – senza dover indennizzare il concessionario uscente, secondo quanto previsto dall’articolo 49 del Codice della navigazione risalente al 1942. La Corte ha stabilito, infatti, che l’articolo non è in contrasto con il diritto europeo. Fino a quando è rimasto in vigore il procedimento delle proroghe automatiche delle concessioni, la norma in questione non aveva preoccupato i balneari, ma dal momento in cui – in seguito all’entrata in vigore della Direttiva Bolkestein – le spiagge verranno messe ai bandi di gara, i gestori dei lidi hanno iniziato a rivendicare l’illegittimità di tale norma pretendendo un risarcimento economico.
GLI EFFETTI
Con il pronunciamento del tribunale di Lussemburgo salta anche il blocco parziale che sino ad ora aveva impedito i bandi di gara, causato dalla mancata chiarezza delle norme, tra cui la compatibilità del citato articolo 49 con il Tfue (Trattato di Funzionamento dell’Unione europea) e la possibilità di prevedere, nel bando di gara, un indennizzo a carico dell’eventuale concessionario entrante diverso da quello uscente.
In altre parole, la Corte ha dato via libera agli espropri delle concessioni. Tuttavia, ciò non significa che il governo non possa abrogare l’articolo 49 e disporre il diritto agli indennizzi economici ai concessionari uscenti: la sentenza della Corte UE, infatti, non lo vieta.
IL CASO ABRUZZO.
Ma non c’è alcun dubbio che la sentenza della Corte di Giustizia diventi un ostacolo per ora insormontabile per il piano messo a punto dalla Regione Abruzzo. La Giunta regionale, nella sua ultima seduta, ha infatti approvato, su proposta del presidente Marco Marsilio, la delibera che avvia l’iter per tracciare regole unitarie per i procedimenti di rinnovo delle concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative, dando mandato alla struttura tecnica competente di predisporre, sulla base del quadro normativo europeo, nazionale e regionale, il “bando tipo” a cui i Comuni costieri dovranno far riferimento nella predisposizione degli avvisi pubblici necessari alla riassegnazione delle concessioni prevista dalla direttiva Bolkestein.
IL PUNTO CENTRALE.
Nello specifico, al secondo punto del provvedimento, l’esecutivo regionale ha stabilito che: «Fino al riordino della disciplina statale in materia, deve essere prevista un’adeguata considerazione degli investimenti, del valore aziendale dell'impresa e dei beni materiali e immateriali attraverso la definizione di un equo indennizzo per il concessionario uscente da parte del subentrante in ragione del valore aziendale, come attestato da una perizia giurata a cura e spese del concessionario uscente, considerando sia il residuo ammortamento degli investimenti realizzati nel corso del rapporto concessorio sia il valore reddituale dell’impresa turistico-balneare, come definita dalle leggi vigenti in materia».
LA VIA D’USCITA.
A questo punto, soprattutto per mantenere fede agli impegni presi in campagna elettorale, il governo potrebbe cancellare la norma contenuta nel Codice della navigazione, dato che la sentenza della Corte Ue non lo impedisce, limitandosi solo a dichiarare che l’articolo 49 è compatibile con il diritto europeo.
I deputati di Fratelli d’Italia, Riccardo Zucconi e Gianluca Caramanna, hanno già presentato un disegno di legge alla Camera che propone proprio l’abrogazione dell’articolo in questione. Mentre finora la discussione sulla proposta di legge era stata rimandata in attesa del verdetto della Corte, ora il provvedimento potrà essere portato in Aula. Ma in Abruzzo, Marco Marsilio, i 19 Comuni della costa e soprattutto le 617 imprese balneari coinvolte, dovranno mettersi nuovamente in attesa. (l.c.)
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