Storie di emigranti verso l’utopia

12 Giugno 2014

Girato in India The Good Life, esordio di Ammaniti alla regia, il teramano Saverioni firma la fotografia

di Anna Fusaro

TERAMO

Il filmaker teramano Stefano Saverioni firma la fotografia del lungometraggio documentario di Niccolò Ammaniti "The Good Life", girato in India, che verrà proiettato in anteprima mondiale domani a Bologna come evento speciale del Biografilm Festival. Saverioni e lo scrittore romano, qui alla sua opera prima, presenzieranno alla proiezione, prevista alle ore 19.30 al cinema Arlecchino.

Girato tra febbraio e marzo 2011, tra Benares, il Kasmir, la foresta himalayana, prodotto da Current Tv, "The Good Life" è il ritratto di tre vite in fuga dall'Italia in anni in cui l'emigrazione non era mossa come oggi dalla crisi, ma da sogni di liberazione e amore. Destinazione l'India, alla ricerca di se stessi. I "rimastoni" vengono chiamati a Roma quelli che sono rimasti in India. Tre di loro vengono raccontati nel documentario di Ammaniti e Saverioni, storie cucite insieme da un campione del montaggio come Jacopo Quadri.

Baba Shiva, che ogni giorno esce di casa alle quattro e mezza e si immerge nel Gange, è arrivato a Benares negli anni Settanta su un pulmino, scappando dal servizio di leva; racconta che l'India lo ha accolto e gli ha insegnato che la vita è più facile di quel che sembra e la tolleranza è regina di tutte le virtù. Eris invece ha attraversato per una vita l'Asia come un nomade seguendo le stagioni, con cavalli, moglie, figli; ha trovato il posto dove fermarsi sull'Himalaya e lì, su un costone d'erba, ha costruito un villaggio di pietre e legno unendo la sua determinazione di imprenditore veneto all'ispirazione di un sadu.

Giorgio a sua volta è scappato di casa a 15 anni, seguendo le voci che gli dicevano di andare in India; dopo aver attraversato due continenti è arrivato in un paesino polveroso affollato di scimmie, e con una lunga iniziazione è diventato il custode del tempio; dopo trent'anni ha scritto alla madre, che è andata a cercarlo e ha ritrovato il figlio in un sacerdote induista. «Forse la storia di Giorgio è la più bella e toccante», spiega Stefano Saverioni al telefono col Centro «Ma tutte sono vicende molto particolari, interessanti, con questo elemento comune della fuga dall'Italia. Durante le riprese Niccolò ha saputo creare un rapporto intimo col personaggio e la sua storia».

Anche tra Ammaniti e il filmaker abruzzese, autore qualche anno fa del bel documentario "Diario di un curato di montagna” e in seguito di lavori per la televisione, si è creato sul set un rapporto armonioso: «Niccolò si è fidato molto, mi ha lasciato libero. Abbiamo la stessa visione del documentario. Oggi s'è un po' persa la potenza d'immagine dei grandi documentari del passato. Invece entrambi pensiamo che un documentario debba avere uno spessore e una potenza visiva che vadano oltre il racconto puramente narrativo. Perciò siamo andati in India con le attrezzature per fare un lavoro di tipo cinematografico. In un contesto difficile, con 38 gradi di temperatura, in mezzo alla foresta, tra le scimmie, in barca sul Gange. È stata una faticaccia, ma sono soddisfatto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA