Superbonus, niente da fare per i vecchi crediti bloccati

Ma in regione non si arresta la corsa alle domande: superata quota 5.400
L'AQUILA. I vecchi crediti del Superbonus 110% restano bloccati, ma in Abruzzo non si arresta la corsa alle domande. Le nuove norme che consentono di trasferire i bonus a tutte le partite Iva, in assenza di modifiche normative o di chiarimenti interpretativi, si applicheranno solo alle comunicazioni inviate dallo scorso 1° maggio.
Non ci sarà, pertanto, lo sblocco totale del mercato delle cessioni del credito, con il rischio che le ditte edili non incassino il dovuto. Un "pasticcio", confermato dagli stessi tecnici della Camera nel dossier di approfondimento sul 110% redatto dal Servizio studi di Montecitorio, e che però non frena la corsa al Superbonus nella nostra regione.
DOMANDE IN CRESCITA.
Il nuovo report dei dati mensili, aggiornati al 30 giugno scorso dall'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie che fa capo al ministero della Transizione ecologica, evidenzia come, in Abruzzo, le asseverazioni siano salite a quota 5.494 con 1 miliardo 228 milioni 178mila euro di investimenti ammessi a detrazione e 802 milioni 847mila euro di investimenti per lavori conclusi ammessi a detrazione, cioè il 65,4% del totale.
Nel dettaglio: 1.234 è il numero totale delle asseverazioni condominiali per un totale di 774 milioni 360mila euro di interventi di cui 478 milioni 857.393,51 euro (61,8%) già conclusi. Per quanto riguarda gli edifici unifamiliari le asseverazioni sono 2.841 per 317 milioni 367mila euro di opere, di cui 218 milioni 806mila euro (68,9%) concluse. Sono infine 1.419 gli interventi autorizzati sulle unità immobiliari indipendenti, per 136 milioni 450mila euro di lavori, di cui 105 milioni 184 mila euro (77,1%), portati a termine.
L'investimento medio per i condomini è 627mila euro; per gli edifici unifamiliari ammonta a 111mila euro e per le unità immobiliari indipendenti a 96 mila euro.
LIMITE ALLE CESSIONI.
Crescono quindi le richieste del bonus 110% in Abruzzo, nonostante il limite alle cessioni del credito. Con la modifica approvata di recente dal Parlamento, infatti, «per le banche è possibile cedere il credito a tutti i soggetti loro clienti, quindi a società, professionisti e partite Iva, con la sola eccezione dei consumatori». Ma con un limite.
L’articolo 57 del decreto legge numero 50 precisa, infatti, che le nuove norme in materia di cedibilità del credito si applicano alle comunicazioni della prima cessione o dello sconto in fattura inviate all’agenzia delle Entrate a partire dal 1° maggio 2022. Esiste cioè un confine preciso per la piena retroattività di questa norma, inserita da un emendamento nel passaggio in commissione.
Lo sbarramento del 1° maggio peraltro è una vecchia eredità: inserito nella versione originale del decreto Aiuti, per delimitare l’entrata in vigore della vecchia norma sulla cessione ai clienti professionali, non è stato più eliminato nel passaggio parlamentare. E da qui, nasce il pasticcio.
RESPONSABILITÀ
DEI CESSIONARI.
L’altra modifica rimasta nei cassetti alla Camera riguarda la responsabilità dei cessionari. Il 23 giugno scorso, l’agenzia delle Entrate ha pubblicato una circolare in cui viene evidenziato con forza come «chi acquista i crediti, nell’effettuare i controlli, debba avere una diligenza conforme al suo grado di professionalità. Altrimenti, può essere chiamato a rispondere "in solido" ovvero con la copertura totale della somma». Il perno attorno al quale ruotano le nuove regole sulle cessioni alle partite Iva è, esattamente, la qualificazione professionale degli acquirenti, che per definizione non devono essere consumatori.
A questo punto, i cessionari sono chiamati a controllare cosa c’è dietro i crediti che stanno comprando, per non esserne direttamente responsabili. Una condizione che rischia di rendere, di fatto, inutilizzabile questa cessione.
LE MODIFICHE
ALLO STUDIO.
Da qui nascono le proposte di modifica che si stanno definendo, come quella che punta a risolvere il problema con una dichiarazione rilasciata dall’intermediario finanziario, nella quale si dà atto dell’effettuazione dei controlli, liberando chi acquista il credito da ogni responsabilità.
Proposte che, però, sono state per ora dichiarate inammissibili e sono appese all’esito dei ricorsi. È in corso la discussione anche sul capitolo delle case unifamiliari: la legge prevede che il 110% spetti per le spese effettuate fino a dicembre 2022, a condizione che al 30 settembre siano stati effettuati lavori per almeno il 30% dell’intervento.
Ma la norma non stabilisce come provare il raggiungimento di questa soglia. E, soprattutto, crea problemi con il riferimento ai lavori effettuati, che ha sostituito la dicitura “al posto delle spese”: chi ordina e paga materiali che, poi , riceve con mesi di ritardo rischia così di essere tagliato fuori dalla proroga.

