Tangenti Aca, Livello nega «Mai favorito alcuna ditta»

Il direttore tecnico dell’Aca si difende al processo sui presunti appalti truccati affidati dall’azienda dell’acqua. Sentenza il 21 gennaio, imputato anche Di Cristofaro
PESCARA. «Non ho mai ricevuto alcuna sollecitazione da parte di nessuno per individuare le ditte da invitare alle gare». Lorenzo Livello, direttore tecnico dell'Aca, che divide il banco degli imputati con l'ex presidente Ezio Di Cristofaro, nel processo per le presunte tangenti negli appalti affidati dall'azienda di gestione del servizio idrico, ha negato tutto. Sottoposto ieri al fuoco di domande di accusa e difesa, ha fornito una sua versione che stride fortemente con i racconti degli altri coimputati, primo fra tutti l'imprenditore Claudio D'Alessandro, che hanno già definito le loro posizioni con il patteggiamento.
«Era una guerra, una situazione di criticità generale», ha detto l'imputato al pm Anna Rita Mantini, «con molte aziende sull'orlo del fallimento, che ogni giorno venivano da noi per sollecitare i pagamenti».
Ma le domande dell'accusa avevano un obiettivo preciso: capire il connubio tra i vertici Aca e gli imprenditori che si aggiudicavano le gare. I fatti sono relativi a un periodo compreso tra il 2010 e il 2013 e i due devono rispondere di turbativa d'asta e corruzione.
«Sono stato responsabile del procedimento», ha detto Livello, «per la gran parte degli appalti e ho redatto io le liste delle aziende da invitare alle gare. Venivano selezionate da un elenco di circa 450 aziende, in regola con i requisiti richiesti, e scelte di volta in volta nel rispetto del criterio della rotazione, per non far lavorare sempre le stesse, ma anche con il criterio della casualità».
E quando la pressione del pm si fa più incisiva, Livello diventa categorico: «Non ho mai concordato con D'Alessandro l'elenco delle ditte da convocare e non sapevo che una decine di quelle erano riconducibili a lui».
D'Alessandro, invece, che ha patteggiato la pena di due anni e sei mesi risarcendo anche due Comuni, aveva confermato senza mezzi termini l'esistenza di un sistema di tangenti e gare truccate, sostenendo di essere stato costretto a pagare per non essere escluso dall'aggiudicazione degli appalti: pagare l'ex presidente Di Cristofaro, senza però citare Livello come destinatario di tangenti. «Ma come mai i carabinieri forestali», gli ha detto il pm, «hanno sequestrato a D'Alessandro il tabulato con le ditte, che lei afferma essere stato sempre nel suo ufficio e del quale era a conoscenza anche l'ex presidente?».
«Non escludo», ha risposto Livello, «che D'Alessandro sia entrato nel mio ufficio quando non c'ero e che abbia fatto delle fotocopie abusivamente». Livello ha detto di aver avuto contatti con D'Alessandro soltanto un paio di volte: una per un caffè e l'altra per chiedergli un operaio per effettuare dei lavori in casa della suocera. «Io trasmettevo gli elenchi delle ditte da invitare all'ufficio gare e firmavo i certificati di pagamento, ma poi non mi interessavo della contabilità».
L'ex presidente Di Cristofaro ha invece preferito rinunciare all'interrogatorio e ieri non era neppure presente in aula. Il processo riprenderà il 21 gennaio prossimo con la discussione e la sentenza.
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