Telecamere disattivate: il ladro ringrazia
Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza sulle telecamere comunali di sorveglianza, disattivate Gentile direttore, invocare o promettere telecamere di sorveglianza è il riflesso condizionato di...
Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza sulle telecamere comunali di sorveglianza, disattivate
Gentile direttore,
invocare o promettere telecamere di sorveglianza è il riflesso condizionato di ogni amministratore alla parola microcriminalità. Le telecamere aumentano, gli impianti pubblici sono sempre più estesi - o almeno così ci lasciano credere - e Pescara non fa eccezione. Una misura funzionale? No, mi viene da rispondere, per aver subito il furto della bici in uno dei punti più telecontrollati della città, e scoperto che debbo rassegnarmi: immagini non ce ne sono.
È accaduto lunedì, tra l’una e le tre del pomeriggio. Lascio il mio gioiellino alla rastrelliera del lungomare in piazza Primo Maggio, a sinistra della Nave di Cascella per chi guarda il mare. La lego, assicurandola con una robusta catena al montante di metallo della piazzola, ma è precauzione vana ché quando torno dallo stabilimento in cui ho pranzato è sparita, volatilizzata. Professionisti: pure la catena manomessa hanno portato via.
Sbollita la rabbia, mi accorgo con sollievo che uno dei pali del marciapiede, a pochi passi, regge tre telecamere, aperte a ventaglio tra la fontana monumentale e il lungomare. La più esterna punta proprio sulle rastrelliere, non ci sono dubbi. Il ladro deve essere stato ripreso, penso. Ingenuo (io, mica il ladro).
Vado dai vigili, convinto che sia meglio far denuncia direttamente a chi gestisce il telecontrollo e ha in casa le immagini da visionare. Sbaglio due volte. Dall’agente, gentile, che mi riceve al comando imparo che le telecamere di sorveglianza non sono collegate con la loro sala operativa, come credevo ovvio, ma sono gestite dal Ced del Comune. Il centro elaborazione dati, l’ufficio che in municipio raccoglie i tecnici informatici, per capirci. «Vada là, al piano terra di Palazzo di Città – mi dice il vigile – ma prima passi dalla polizia o dai carabinieri a far denuncia, sennò non le fanno veder nulla». Già, perché la seconda lezione riguarda le denunce: i vigili di Pescara non le raccolgono. Meglio, potrebbero - forse sarebbero anche obbligati, su richiesta - ma non sono collegati a non so quale banca dati digitale, per cui addio possibilità di essere avvisati dell’improbabile ritrovamento. Messa così, vado in questura, fermandomi in cartoleria per stampare una foto a colori della refurtiva a due ruote.
Una sola. Ce ne vorrebbero cinque, mi spiega l’ufficiale che raccoglie la mia denuncia, perché la polizia non ha modo di duplicarla. Sorrido sconsolato, posso fare altro? Nient’altro. Il poliziotto mi informa che non posso andare a visionare le registrazioni in Comune, ragioni di sicurezza. Sicurezza mia, dice. Vado comunque, quanto meno per indicare all’addetto qual è la telecamera giusta, caso mai la questura richiedesse i filmati.
È lì, al seminterrato del municipio, che arriva la doccia fredda: quei tre occhi elettronici sono accecati. Sono di un vecchio impianto spento, mi spiegano, di cui restano solo le telecamere. Feticci. Che non servono neppure come deterrente, ahimè. (l.t.)

