Tensione Dem, Orlando attacca

La minoranza interna: «Siamo stati cancellati». Renzi: «Basta con le polemiche»
ROMA. «Un po’ di ricambio non fa male». Matteo Renzi taglia corto sulle polemiche. Nel giorno della consegna delle liste, dai territori e tra gli esclusi emergono ancora segnali di nervosismo e proteste per le scelte del Nazareno. La tensione sembra annunciare un “redde rationem” fin dal giorno dopo il voto. C'è chi evoca nuove scissioni e chi possibili ribaltoni nel partito se Renzi non portasse a casa neanche il 25% di Bersani. Ma per ora tutti assicurano di volersi impegnare per la campagna elettorale, perché la disfatta colpirebbe tutti. E così la corsa al voto assume i tratti di una «tregua armata». «Basta polemiche, ora iniziamo a lavorare», è il messaggio del segretario «a tutti i dirigenti del Pd». Ora, affermano i renziani, è il momento di «stringere milioni di mani» e conquistare voto su voto, sapendo - come dice da Bolzano Maria Elena Boschi - che «nessun collegio è blindato». Gli strascichi sul terreno della formazione delle liste sono assai pesanti. La minoranza orlandiana denuncia una «quasi cancellazione della sinistra» dalle candidature. Il predominio dei renziani, che avrebbero circa 150 collegi sui 200 sicuri, sarà particolarmente accentuata soprattutto al Senato, dove il leader Dem approderà con tutti i fedelissimi: «Gli esponenti della minoranza a Palazzo Madama non saranno più di cinque», è il calcolo che si fa nella minoranza.
Ma gli orlandiani, pur denunciando casi come quello della candidatura a Genova di Vito Vattuone (rinviato a giudizio per la vicenda «spese pazze» in Regione), promettono responsabilità. «Io preferirei che il 5 marzo il Pd sia unito intorno a Renzi con una buona affermazione e in questo senso mi impegnerò», dichiara anche Andrea Orlando. Ma il ministro della Giustizia dice che sarebbe «un'offesa all'intelligenza» negare la predominanza di renziani nelle liste.
E anche Michele Emiliano si unisce alle critiche, definendo una «delusione ovunque il decisionismo renziano».
Lontano dalla scena politica da tempo, anche Enrico Letta interviene a definire la vicenda liste un «tragico errore, una corsa verso l'abisso». E anche se si tiene fuori dal nodo candidature, Romano Prodi pronuncia parole molto dure contro il Rosatellum, una legge che porta il nome dell'ex capogruppo Dem e che l'ex premier definisce «una sciagura», perché fatta per «creare un'impasse» in cui nessuno possa governare. Renzi però mostra di voler guardare oltre, a una campagna elettorale non facile, che però - assicura - può portare il Pd a scavalcare il M5s («Siamo sotto di due punti») e affermarsi come «primo partito e primo gruppo parlamentare». Perciò dice di comprendere «l'amarezza degli esclusi, espressa con più o meno stile». Ma taglia corto: «Non è questo certo il problema per l'Italia».

